BLOG - Recensione: Quentin Tarantino - C’era una volta…a Hollywood, di Maurizio Fierro

· Pubblicato il: 25/09/2019

L’8 febbraio del 1969 Quentin Tarantino non ha ancora compiuto sei anni, e non è difficile immaginarselo girovagare, curioso, nella sua casa di Torrance, alle prese con giochi e fumetti, e la televisione accesa a far da contorno a giornate sempre troppo brevi. Esattamente cinquant’anni dopo, quel bambino, diventato nel frattempo un famoso regista, omaggia la memoria di quell’anno clamoroso per la cultura popolare a stelle e strisce facendo iniziare nello stesso giorno il racconto contenuto nella sua nona (forse ultima, chissà) pellicola.

----------------------

L’8 febbraio del 1969 Quentin Tarantino non ha ancora compiuto sei anni, e non è difficile immaginarselo girovagare, curioso, nella sua casa di Torrance, alle prese con giochi e fumetti, e la televisione accesa a far da contorno a giornate sempre troppo brevi. Esattamente cinquant’anni dopo, quel bambino, diventato nel frattempo un famoso regista, omaggia la memoria di quell’anno clamoroso per la cultura popolare a stelle e strisce facendo iniziare nello stesso giorno il racconto contenuto nella sua nona (forse ultima, chissà) pellicola. E come in tutti gli incipit dei racconti che si rispettino: c’era una volta…a Hollywood Rick Dalton e Cliff Booth (interpretati magistralmente da Leonardo Di Caprio e Brad Pitt), protagonista di serie televisive western il primo, sua controfigura e migliore amico il secondo. I due, alla ricerca dell’occasione giusta che possa far decollare la loro carriera (l’agente di casting Marvin Schwarz/Al Pacino non troverà di meglio che convincere Dalton a trasferirsi per sei mesi in Italia per girare alcuni “spaghetti-western”), si aggirano nell’affollata scena losangelina, dove può capitare di trovarsi nel bel mezzo di un party organizzato da Hugh Hefner nella sua Playboy Mansion, con Steve Mc Queen in compagnia di Mama Cass e Michelle Phillips dei Mama’s and Papa’s; oppure di veder sfrecciare Roman Polanski e Sharon Tate per il Sunset Boulevard; o ancora, di scorgere il folletto del male Charles Manson aggirarsi dalle parti di Bel-Air, o Bruce Lee impegnato nelle riprese dell’”Ispettore Marlowe”, dopo il successo della serie tv “Il Calabrone verde”. Insomma, nella fiction il verosimile può incontrare la realtà, e il risultato è un artefatto di cinematografia pop che non è puro esercizio di stile, piuttosto una dichiarazione di stile, che il genio di Tarantino conduce a ruota libera, con il rigore dell’occasione propizia. E l’occasione è il cinquantennale di un anno, e soprattutto di un’estate, che hanno cambiato i connotati della cultura popolare a stelle e strisce. E allora torniamo a quel febbraio del 1969, quando, sulle colline di Bel-Air, Roman Polanski e sua moglie Sharon Tate prendono possesso di una villa al 10050 di Cielo Drive appartenuta al produttore discografico Terry Melcher. Bene, da questo momento in poi, ogni giorno può essere il giorno ideale per i sogni di Rick Dalton e Cliff Booth; con un limite temporale invalicabile, però: il 9 agosto. Brian Jones è morto da trentasei giorni, l’anteprima di “Easy Ryder” è stata proiettata da ventotto e Neil Armstrong ha messo piede sulla Luna da venti, e mentre in un ranch di Bethel fervono i preparativi per la kermesse di Woodstock, Sharon Tate, incinta di otto mesi, viene massacrata insieme a tre suoi amici per mano di Tex Watson, Susan “Sadie” Atkins, Katie Krenwinkel e Linda Kasabian, componenti della Family di Manson, in quei giorni accampati allo Spahn Ranch. Un eccidio che chiude in maniera traumatica la favolosa stagione degli anni Sessanta, e con essa i sogni di poter cambiare le regole d’ingaggio dell’American way of life.

Presentato alla 72ma edizione del Festival di Cannes, privo di un plot classico, “C’era una volta…Hollywood” è un viaggio nell’immaginario iconografico di Tarantino, un immaginario riflesso nello sguardo di due protagonisti di b-movie western alla ricerca della grande occasione nella città delle illusioni, una prospettiva cara al regista del Tennessee, da sempre amante del cinema di genere e perdutamente innamorato del ragazzo che era negli anni Ottanta, quando lavorava in un videonoleggio di Manhattan Beach e aveva accesso a una sconfinata serie di vhs, un tempo perduto costantemente evocato nella sua narrazione cinematografica. Non sfugge alla regola questa sua ultima fatica e, come sempre, Tarantino si diverte a sgranare un intero rosario di citazioni cinefile (da Antonio Margheriti a Sergio Corbucci), e televisive (da “The Man of U.N.C.L.E.” a “F.B.I.”), in una sorta di auto-catalogo citazionistico. Ma questa volta Tarantino fa un passo più in là, e in una pellicola che ha il sapore della semifiction, il piccolo demiurgo di Knoxville romanza la cronaca mutando il corso degli eventi. 

L’anteprima del film doveva cadere il 9 agosto, in occasione del 50mo dell’eccidio di Bel-Air. Una data simbolica segnata da un cupo senso di disgrazia, presago di sventura. L’anelito di pace alla Power Flower che cede il passo agli istinti caotici dell’Helter Skelter; la psichedelia, l’LSD, e la ricerca dell’anima pura che salutano aprendo le porte all’eroina e alla mistica del junkie, in un’aura di decadenza melanconica che va a braccetto con la fine delle illusioni hollywoodiane dei due protagonisti, perché l’epopea delle serie western alla “Bronco” e alla “Gunsmoke” è al tramonto, e all’orizzonte già si intravede l’alba della “nuova Hollywood”, in un’atmosfera che ricorda un po’ il passaggio dal muto ai talkies alla fine egli anni Trenta.

E la bellissima Sharon Tate (efficacemente interpretata dall’australiana Margot Robbie) è la vittima sacrificale che Hollywood immola sull’altare del transeunte, ed è come se il Cinema si incaricasse di officiare il passaggio traumatico dall’età dell’innocenza a quella della consapevolezza. Il Vietnam sta uccidendo i suoi figli migliori, e gli scontri razziali sono la plastica rappresentazione di una nazione che ha ammainato le bandiere dell’American Dream, oltrepassando la propria linea d’ombra, con la consapevolezza fugace che il nemico non è al di fuori, ma dentro di sé.

Ma ecco il gimmick narrativo di Tarantino, la trovata che conferma le capacità taumaturgiche della settima arte, capace di ribaltare e nobilitare la realtà. E allora si faccia in modo che l’odio che la mente di Charles Manson cova nei confronti di Terry Melcher e Dennis Wilson (i porci che non hanno apprezzato i pezzi che lui, aspirante rock star, ha scritto per i Beach Boys) si abbatta sulla villa sbagliata, e che un lanciafiamme spedisca idealmente all’inferno il male e i suoi profeti, e salvi la purezza e lo stupore infantile riflessi nello sguardo con cui Sharon Tate, seduta in una sala cinematografica, vede se stessa recitare in “Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm”. 

È in definitiva un omaggio a lei, “C’era una volta…in America”, sfortunata eroina di una stagione terminata troppo in fretta. Un omaggio nostalgico alla fragilità del ricordo, a coloro che sono indifesi dalla verità del mondo. 

Perché poi uno dei compiti del cinema è quello di donarci la realtà che desideriamo…e allora Sharon Tate non può morire. 

Ci pensa Quentin Tarantino a salvarla.