BLOG - UN RACCONTO PER L’ESTATE: Pugile dell’anno, di Maurizio Fierro

· Pubblicato il: 24/07/2018

"Il 12 agosto del 1982 il ventitreenne pugile messicano Salvador Sanchez sta guidando la sua Porsche 928 “S” nella notte messicana, con la sola musica dell’autoradio a fargli compagnia. In quell’estate del 1982 Sanchez è unanimemente considerato uno dei pugili più promettenti di tutto il panorama mondiale, ma sulla Mexican federal highway c’è un appuntamento col destino a cui non potrà sfuggire". Racconto tratto da "La Vita Oltre Il Ring", di Maurizio Fierro, edizioni Scatole Parlanti.

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12 agosto 1982, Mexican federal highway, h. 03,00 a.m. 

Fendendo il buio della notte messicana una Porsche 928 “S” bianca procedeva a tutto gas verso San Luis Patosi.

“Maledetti camion”, sussurrò l’uomo al volante, “con questo buio occorrono cento occhi, e io ne ho solo due, e mi si stanno chiudendo dal sonno, madre de Dios! Qui ci vuole un po’ di musica.”  

Salvador “Chava” Sanchez era partito da alcune ore da San Jose Iturbide, nello stato di Guanajuato, a centosessanta miglia a nord di Mexico City, località in cui si trova il centro sportivo in cui si allenava da sempre.

“Potevi darti una mossa Josè!”, pensò, mentre cercava di sintonizzare l’autoradio su un canale che trasmettesse musica di suo gradimento, “Sono proprio curioso di sapere cosa deve dirmi di così importante Anita. Maria Teresa non risponde al telefono, e se Anita mi ha chiesto di raggiungerla al più presto, ci deve essere una ragione importante.”

Josè, Josè Cabrera, era un amico fraterno di Chava, nonché suo sparring partner i quegli interminabili round di allenamento sul ring che Salvador faceva durare anche più di cinque minuti, giusto per non essere mai a corto di fiato e con le gambe molli quando doveva vedersela con i suoi avversari. Quella sera, avevano finito da poco di allenarsi quando era arrivata quella strana telefonata di Anita, la proprietaria della casa dove Salvador viveva con la sua famiglia. Josè si era attardato, l’aveva fatta lunga e a quel punto Salvador aveva deciso di partire da solo.

Perché Maria Teresa non ha risposto?, si chiedeva, Sarà stata impegnata con quelle due pesti, ne sono sicuro”.

Maria Teresa era la ventunenne moglie di Salvador, e Cristian Salvador e Omar, i due figli della coppia, erano le due pesti di sedici e quattro mesi. 

Senti come fila questa bomba”, pensò, sei la mia preferita, lo sai, vero? E se devo schiantarmi, tanto vale farlo con qualcosa di unico, e tu sei unica, bellezza”

A Salvador Sanchez piacevano le belle auto. Potenti, se possibile. Ma delle nove che custodiva gelosamente in quel garage affittato proprio per ospitarle tutte per benino, la Porsche 928 “S” era senza dubbio la sua prediletta.

“E sì, basta con le ristrettezze e i sacrifici”, sussurrò, “Sono stati sufficienti quelli patiti ai tempi di Tianguistenco”.

Salvador era cresciuto nelle campagne di Tianguistenco, nello Stato del Messico, insieme a dieci fra fratelli e sorelle. Mamma Luisa aveva dovuto fare i miracoli per allevare tutta quella brigata, mentre papà Felipe sgobbava nei campi per pochi pesos.

“Mai più pane nero, granoturco e fagioli”, disse, “ahora, es el momento di ostriche e champagne, madre de Dios!”

La stazione radio intanto stava proponendo canzoni che evocarono nella mente del pugile immagini del passato.

“Esta cancion, me la ricordo”, esclamò Sanchez, “io e Josè andavamo a scuola e vedevamo i ragazzi più grandi andar pazzi per quel gruppo di Sant Juan, i Kaleidoscope.

Io e Josè ne combinavamo di guai, allora. Sempre insieme, inseparabili. E poi, dopo qualche anno, incollati davanti alla televisione a guardare il wrestling. Che tempi!”

Josè Sosa era stato l’amico del cuore di Salvador. Insieme avevano trascorso gli anni dell’adolescenza, fino a quando furono entrambi folgorati dalla passione per il pugilato.

Poi arrivò la palestra, pensò Chava, e todo el tiempo boxe, boxe e ancora boxe!

Augustin Palacios, manager ed egli stesso esperto allenatore di boxe, aveva notato i due ragazzi ma, fra i due, era senza dubbio Salvador quello più dotato, il vero talento. Fu allora che iniziò allora l’avventura di Sanchez nel mondo della boxe: allenamenti e tante vittorie, prima da dilettante, poi da professionista.

Mentre la Porsche mangiava chilometri su chilometri, le nuvole impedivano alla luna di illuminare la notte messicana che appariva ancora più buia e tetra del solito.

“Ola, esta musica, Bob Marley, “Jamming”!” , il pugile, riconosciuto il motivo, stava ora alzando il volume dell’autoradio, “que ritmo, chicos! E si, ricordo questa musica, e quella sera, con Becerra, certo. Maxima injusticia, maldida noche!”

Il 9 settembre 1977, Salvador Sanchez dopo aver disputato e vinto diciassette match da professionista, si recò a Mazatlan, nello stato di Sinaloa, per incontrare Antonio Bacerra nel suo regno, rimediando quella che rimarrà l’unica sconfitta della sua carriera. Fu una decisione molto controversa: una “split decision”, due giudici contro uno, che favorì sfacciatamente il pugile di casa.

Col piede pigiato sull’acceleratore e la musica a tutto volume, un’espressione di preoccupazione attraversò il volto del pugile.

Maria Teresa non ha risposto al telefono, si disse, i ninos la staranno facendo impazzire, seguro! Devo far presto, chissà cosa mi deve dire Anita”.

Mentre la Porsche procedeva superando i pochi ostacoli che si frapponeva al suo impetuoso incedere, soprattutto di camion e furgoni che trasportavano alimentari, la stazione radio stava diffondendo altre note, da subito familiari all’uomo al volante.

“Uhh…escucha esta…esta cancion, me la ricordo, recuerdo bien!”, riprese Chava, “I Clash, “London calling”. Che musica! Era il periodo dell’indiano, quello. Sì, Phoenix, Arizona, certo. Que noche!”

Il 2 febbraio 1980, al Veterans Memorial Coliseum di Phoenix, in Arizona, Salvador Sanchez sfidò Danny “Little Red” Lopez per la corona iridata Wbc dei pesi piuma. Lopez, un picchiatore con la fama da cattivo, era un tipo particolarmente eccentrico. Originario di Fort Duchesne, nello Utah, Lopez deteneva saldamente il titolo mondiale Wbc dopo essersi sbarazzato di tipetti tutt’altro che teneri come Mike Ayala e Jose Caba. Capelli lunghi rossi e grandi baffi dello stesso colore, Lopez si presentava sul ring indossando un grande copricapo di piume da capo indiano, da qui il soprannome “Little Red”. Quella notte però, per il grande capo indiano non ci fu scampo. Salvador Sanchez, che aveva enormemente affinato la sua boxe grazie agli estenuanti allenamenti sotto la guida del suo staff, in cui emergeva la figura del dottor Valenzuela, dominò il suo avversario demolendolo con una varietà di colpi portati con precisione chirurgica. Jab, ganci, montanti e tutto un repertorio di tecnica pugilistica che lasciò a bocca aperta la platea del Coliseum, che applaudì la nascita di un’autentica stella del pugilato. E tutto il Messico celebrò il suo nuovo campione, che divenne in poco tempo il simbolo di un’intera nazione.

Salvador ora cominciava a sentire gli occhi pesanti, lui, da anni era abituato a coricarsi alle 21,00 ogni sera, con la precisione e il puntiglio di un tedesco.

“Maldidas luces! Maledette luci!”, urlò Salvador Sanchez, “E maledetti quei camion che ti sputano addosso le loro fasce luminose. Dai, forza bella, sgomma, portami sulle tue ali!”

La Porsche, ben oltre il limite di velocità, viaggiava come un fulmine nella notte, mentre la musica rimbombava come un cuore impazzito. Ora erano le note di “Woman in love” di Barbra Streisand a riaccendere altri ricordi.

“Barbra Streisand! 1981, el mi año!”, esclamò Sanchez, “L’anno da favola di Chava. Mi mama Luisa è stata ripagata delle sue preghiere alla Nuestra Señora de Guadalupe. Fighter of the year, mama! Pugile dell’anno, il tuo Salvador!”

Il 1981 fu l’anno d’oro di Sanchez. Il 21 agosto, al Ceasar Palace di Las Vegas, Salvador incontrò il campione mondiale dei pesi gallo Wilfredo Gomez in una sorta di derby all’interno del mondo ispanico, una sfida molto sentita dai clan dei due pugili, entrambi desiderosi di affermare la propria supremazia nella categoria dei pesi leggeri, e il portoricano era l’avversario più pericoloso che potesse frapporsi all’ascesa impetuosa di Sanchez.

“Esa noche, que match! Wilfredo era forte, molto forte, lo ammetto” , sussurrò Salvador, che, con le mani ben salde sul volante della Porsche, sembrava aver ritrovato tutta la sua lucidità. “Non mi piaceva, quel portoricano”, continuò, “e, quelli del suo clan, ancora meno. Ma dovevo vendicare l’honor de Mexico, e quella, più che una sfida, era una missione!” 

Wilfredo Gomez aveva precedentemente sconfitto un’altra gloria della boxe messicana, quel Carlos Zarate capace di presentarsi all’appuntamento col portoricano dopo aver vinto cinquantuno incontri prima del limite. Ma il 28 ottobre 1978, al Roberto Clemente Coliseum di Hato Rey, in Portorico, per Zarate non ci fu nulla da fare contro lo scatenato campione di casa, e da allora, tutto il Messico attendeva l’agognata rivincita.

E rivincita fu, nonostante le provocazioni del portoricano durante le fasi che precedettero l’incontro. A Las Vegas Wilfredo Gomez venne letteralmente demolito da una furia coi guantoni che lo assaliva da tutte le parti con colpi di una violenza inaudita. Gomez finì al tappeto due volte, e la sua agonia pugilistica venne interrotta dall’arbitro nel corso dell’ottavo round. L’onore di una intera nazione era finalmente vendicato. 

Alla fine di quell’anno, Salvador “Chava” Sanchez venne insignito del titolo di “Pugile dell’anno” dalla rivista “Ring Magazine”.

“Pugile dell’anno, mama Luisa!”, esclamò Salvador, “Che onore, mama...Todos los sacrificios, le umiliazioni, le rinunce. Ora il tuo Chava è lassù, nell’Olimpo della boxe. Grazie alla tu cruz, mama! La croce di ramo di palma con la quale preghi a ogni mio incontro. Eh, l’ho saputo, me lo hanno confidato i miei fratelli, sai? Salvador Sanchez, il tuo Salvador, mama! E tu, bellezza, vola, dai, portami sulle tue ali!”

 

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12 agosto 1982, Mexican Federal Highway, h. 03,40 a.m. 

Il fumo. Una enorme nuvola di fumo circondava la carcassa di quella che pochi minuti prima era stata una Porsche 928 “S”. Dopo l’impressionante impatto con il pick-up che proveniva dalla corsia opposta, dell’auto sportiva non rimanevano che lamiere contorte. Per l’uomo alla guida non c’era stato scampo. 

Da allora, in Messico, si racconta una leggenda. Sembra che di notte, percorrendo la Mexican Federal Highway si possano ascoltare delle voci. Voci prima sommesse, poi via via sempre più distinte, quasi incitamenti. Sì, incitamenti: “Chava”, pare di udire, “adelande Chava, honor du Mexico”.

 

Racconto tratto da "La Vita Oltre Il Ring", di Maurizio Fierro, edizioni Scatole Parlanti.