BLOG - Terrore della povertà e immunità di gregge, di Antonio Dostuni

· Pubblicato il: 18/05/2020

L'ansia di porre termine al "lockdown" e di "riaprire tutto" rappresenta il segnale di una paura profonda che può essere foriera di una metamorfosi terrificante. Non si può fingere di ignorare che esiste una parte rilevante della società per la quale la povertà rappresenta un pericolo perfino peggiore del Covid. Ciò significa che, nella sciagurata ipotesi di una recrudescenza del virus, c'è una parte del paese che non sarebbe più disposta ad accettare le misure di questi mesi e, in quest'ottica, non esiterebbe ad essere favorevole a quella che, in modo sinistro, si chiama “immunità di gregge”: cioè, lasciare che il Covid attraversi, come una serpe velenosa, l'intera popolazione che assiste inerte e lascia morire i più deboli e i più vulnerabili.

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In una sua breve riflessione lo scrittore egiziano André Aciman si pone le domande che, talora anche inconsapevolmente, ognuno di noi suole porsi con l'ansia di non poter avere una risposta: quanto durerà la pandemia? Come cambieranno le nostre vite quando non ci sarà più? Saremo tutti più poveri? Si tratta di interrogativi, se vogliamo, anche banali, da cui è possibile arguire una verità non meno banale: la pandemia è un grande “equalizzatore” in grado di disarmare tutti gli intelletti e di azzerare tutte le differenze culturali: come il cittadino comune, anche l'uomo di pensiero vive il travaglio interiore di sentirsi annichilito dalla forza squassante di un virus che è riuscito ad inchiodare l'uomo, qualunque uomo, alla sua impotenza. In questi mesi di emergenza tutti abbiamo potuto constatare l'incapacità della comunità scientifica di “leggere” le evoluzioni del Covid. Ancora oggi permangono forti divisioni sul presunto indebolimento stagionale, sul grado di virulenza estiva, sul suo ritorno e sulla sua durata. Sappiamo con certezza che sarà necessario l'uso delle mascherine e del distanziamento sociale, misure, queste, che, già in occasione dell'influenza spagnola (cioè, un secolo fa!), i governi di tutti paesi colpiti dalla pandemia imposero ai cittadini dell'epoca. Non sappiamo altro. Si brancola, pertanto, nel buio più pesto, si naviga a vista. Virologi ed epidemiologi dicono tutto e il contrario di tutto: non esistono previsioni, solo congetture, ipotesi, interpretazioni, spesso difformi e, talora, antitetiche tra loro. Non pare, questo, il momento storico più propizio per nutrire una fede “sansimoniana” nella scienza che sembra subire un clamoroso rovescio da un virus che si diverte a sfuggire ad ogni sorta di esegesi. Gli scienziati, in realtà, non hanno alcuna colpa salvo quella di impancarsi, talora, a sommi baccellieri del Sapere universale e ad austeri fustigatori dell'ethos consumista. Le diatribe accademiche di queste settimane rischiano, tuttavia, di trasformarsi in un grave “vulnus” alla credibilità della categoria: nulla di più drammatico per un paese che, da tempo, ha perso ogni riferimento. La pandemia ci ha reso vulnerabili e, proprio per questo, vorremmo che la comunità scientifica fosse in grado di custodire quella autorevolezza di cui tutti abbiamo bisogno. Scienziati e ricercatori vantano storicamente la fama della compostezza, del riserbo, del dubbio: a cosa servono le dispute tra i sapienti del mondo se non ad inquietarlo? Occorre, pertanto, preservare il prestigio della Scienza perché le implicazioni economiche della pandemia ci condurranno ad una serie di interrogativi sui quali gli scienziati saranno presto chiamati a dare il loro prezioso contributo. I dati dicono, in modo spietato ed inequivocabile, che stiamo per entrare nella più grande crisi economica della storia del capitalismo. Questo significa che, in Occidente, milioni di cittadini non potranno farcela perché, è inutile illudersi, non è mai esistito uno Stato in grado di soccorrere tutti i bisognosi. Da questa verità, amara ed inconfessabile, discende il rischio che la crisi economica possa essere vissuta, da taluni,  come un pericolo perfino peggiore del Covid. Inutile nasconderlo, per alcuni cittadini, le cautele adottate per evitare il contagio, non saranno sufficienti per evitare il tracollo economico. In proposito, si ponga mente alle pressanti richieste del mondo produttivo di cessare il lockdown e di “riaprire tutto”. Questa richiesta rappresenta il segnale di una paura profonda che potrebbe essere foriera di una metamorfosi terrificante di cui nessuno sembra avere contezza. Non possiamo fingere di ignorare che, come si è detto, esiste una parte rilevante della società per la quale il Covid spaventa meno della povertà. Cosa significa questo? Significa che, nella sciagurata ipotesi di una recrudescenza del virus, c'è una parte del paese che non sarebbe più disposta ad accettare le misure di questi mesi e, in quest'ottica, non esiterebbe ad essere favorevole a quella che, in modo sinistro, si chiama “immunità di gregge”: cioè, lasciare che il Covid attraversi, come una serpe velenosa, l'intera popolazione che assiste inerte e lascia morire i più deboli e i più vulnerabili. Sia chiaro per tutti: l'immunità di gregge  consente di sopravvivere solo ai più forti. Nulla di più scellerato. Ecco perché ci serviranno gli scienziati, perché dovranno scendere in campo per battersi e per dimostrare che applicare Darwin alle vite umane non solo è disumano ma è, perfino, miserabile. Per questo motivo chiediamo loro di tacere umilmente oggi per parlare autorevolmente domani.  

Editoriale apparso su La Provincia di lunedì 18 maggio 2020