BLOG - Siamo tutti orfani di Gianni Brera, di Antonio Dostuni

· Pubblicato il: 15/12/2008

Il 19 dicembre 1992 moriva Gianni Brera, il più grande giornalista sportivo di tutti i tempi. Un tributo ad un grande maestro la cui scomparsa ha reso orfani tutti gli appassionati di calcio che con Brera è assurto a dignità di vera arte, non solo agonistica, ma anche letteraria.

Il 19 dicembre ricorrono sedici anni dalla scomparsa di Gianni Brera e, a nome di tutti coloro che Gianni Mura ha definito “Senzabrera”, riteniamo doveroso dedicargli un pensiero che vuol essere, altresì, un’occasione per farlo conoscere ai più giovani. Gianni Brera è stato uno dei più grandi giornalisti di tutti i tempi. E’ stata una figura sontuosa del giornalismo italiano perché aveva inventato un proprio linguaggio, dagli inimitabili stilemi, di cui ancora oggi siamo tutti debitori. Con lui il calcio è diventato arte, narrativa, pretesto letterario. Come sempre accade con le grandi personalità che segnano il proprio tempo, Brera diventava egli stesso oggetto di polemica, per le tesi eterodosse e per il modo giocosamente tronfio di professarle. La sua spocchia, tuttavia, era solo una posa. Chi ha potuto conoscerlo e frequentarlo, ne ha sempre magnificato le grandi doti umane e la spiccata generosità che collidevano in modo stridente con la sua immagine pubblica. In molti non gli hanno mai perdonato la straordinarietà versatilità che lo conduceva a frequenti incursioni nella letteratura, nella storia, nella filosofia. Celebre la sprezzante definizione di Umberto Eco: Brera è Gadda spiegato ai poveri. Ennio Flaiano lo accusò di marinismo, vi fu perfino chi lo accusò di imitare Contini o, addirittura, D’Annunzio. Amava la caccia, il ciclismo, la buona tavola ma, soprattutto, il calcio, da lui definito pedata, pelota o folber. Si diceva fiero assertore del contropiede, del cosiddetto gioco all’italiana, perché, opinava, le squadre italiane sono squadre femmine, quindi devono parare il colpo (“contrare il gioco avversario”) e rispondere. Oggi, si parla pudicamente di “ripartenze”. Amava i giocatori generosi ed indomiti, detestava gli “abatini”, bravi con il pallone ma fragili sul piano agonistico. Celebri divennero le polemiche con Gianni Rivera, l’abatino per antonomasia, uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi il cui limite imperdonabile, secondo Brera, era proprio la scarsa generosità e la mancanza di coraggio (“Rivera inciampa sulle primule”, “Rivera è bravo a stuccare i muri eretti dagli altri”). L’intero giornalismo italiano usava le sue metafore: Riva era Rombo di Tuono, Oriali era Piper, Boninsegna era Bonimba, Causio era il Barone. Per tacere dei termini che aveva coniato e che oggi usiamo tutti, ignorandone la paternità (centrocampista, libero, fluidificante, tornante, incursione, palla-gol, fare melina, incornare, rifinitore, assist, forcing, perfino l’aggettivo “intramontabile”). Grande polemista, aveva ingaggiato furibonde e memorabili dispute con altri due monumenti del giornalismo sportivo, Antonio Ghirelli e Gino Palumbo, che rappresentavano la c.d. Scuola Napoletana, incline ad una visione romantica ed offensivista del gioco del calcio. Come un altro grande della carta stampata, Indro Montanelli, Brera disprezzava gli italiani per eccesso d’amore, e citava sovente Guicciardini: “che se tu fiderai nelli italiani, sempre aurai delusione”. Amava il dialetto “redefossiano”, perché, diceva, lui era stato abituato, da povero, a pensare in dialetto e a tradurre il pensiero in italiano: per tale motivo, si giustificava, la sua prosa indulgeva al vernacolo ed era infarcita di idiomi, talora incomprensibili. Il  continuo ricorso al dialetto nasceva anche dal profondo amore per la “generosa terra lombarda” e per il Po, “padre nobile della Padania”. Ancora oggi è controverso se sia stato Gianfranco Contini o Gianni Brera a parlare per la prima volta di Padania. In ogni caso, il senso non è quello usato oggi da chi tenta indebitamente di arruolare Brera tra i propri antenati (rammentiamo che Brera si professava fieramente socialista). Per tutte queste peculiarità, l’epoca di Brera ha finito per essere un’epoca giornalisticamente manichea: o si era breriani o si era antibreriani. Le sue polemiche finivano per contagiare le due opposte falangi. Con la sua scomparsa, ha scritto qualcuno, tutti siamo diventati normali. Tutti, fatta eccezione per quelli che oggi, non potendo più essere breriani o antibreriani, sono fatalmente diventati dei melanconici Senzabrera.