BLOG - Quel vizio antico di essere contro lo Stato, di Antonio Dostuni

· Pubblicato il: 13/11/2019

Il capolavoro di Matteo Salvini consiste in un'operazione che ha visto la Lega trasformarsi in una forza bifronte che riesce sapientemente a coniugare il nazionalismo con l'autonomismo grazie a quel collante che la destra italiana ha già collaudato negli anni dei fasti berlusconiani: l'anti-statalismo che, ridotto in pillole, altro non è che quella pervicace, incontenibile fobia per un fisco che, a torto o a ragione, storicamente molti italiani ritengono iniquo e vessatorio. Nel solco di questa tradizionale avversione per lo statalismo, ossessivamente celebrato dal Cavaliere come “comunismo”, Salvini ha saputo inventarsi, in modo spregiudicato, un additivo politico di chiara matrice lepenista: la lotta contro gli immigrati.

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Le divisioni sulla legge di Bilancio e sul caso Ilva costringono Pd e 5 Stelle a vivere sotto la pressione di una domanda destinata a diventare sempre più incalzante: quanto potrà durare ancora questo governo? I limiti dell'attuale esecutivo sono da ricondurre tutti alla sua natura emergenziale dato che l'unico denominatore che accomuna Partito democratico, Italia viva e 5 Stelle consiste nella certezza di una sconfitta nel caso di elezioni. Ogni altra motivazione risulterebbe, innegabilmente, pretestuosa. Esiste, tuttavia, un elemento che potrebbe conferire a questo esecutivo una longevità che costringerebbe gli alleati ad una convivenza coatta: la scadenza del mandato presidenziale di Sergio Mattarella. In tutte le forze di governo c'è la chiara consapevolezza che perdere le prossime elezioni significherebbe consegnare alla destra non solo il governo del paese ma anche il Quirinale a cui non è escluso che possa aspirare anche Silvio Berlusconi, come ha dichiarato recentemente il presidente della Liguria, Giovanni Toti. Matteo Salvini premier e Silvio Berlusconi capo dello Stato rappresentano un'ipotesi che poteva apparire peregrina fino a qualche anno fa ma che, oggi, appare sempre più realistica. Inutile nasconderlo, un simile scenario sarebbe un incubo per tutte le cancellerie europee perché diverrebbe concreto il rischio di vedere il nostro paese entrare nell'orbita di Putin. A favore di questa ipotesi depongono, in verità, una serie di circostanze che vanno al di là del rapporto di amicizia personale che Salvini e Berlusconi hanno intessuto in questi anni con il presidente russo. Durante questi lunghi anni di recessione, la destra italiana non ha mai cessato di delegittimare la costruzione comunitaria le cui indubbie responsabilità nella gestione della crisi sono state strumentalizzate per incoraggiare il rigurgito di quei fermenti nazionalistici che tutti ritenevamo, a torto, definitivamente sopiti. In realtà, come i fatti stanno dimostrando, le ceneri di certe ideologie non si sono mai spente nel sottosuolo della società italiana nella quale, ancora oggi, continua ad albergare una piccola borghesia retriva, reazionaria e profondamente conservatrice. Il capolavoro di Matteo Salvini consiste in questa operazione che ha visto la Lega trasformarsi in una forza bifronte che riesce sapientemente a coniugare il nazionalismo con l'autonomismo grazie a quel collante che la destra italiana ha già collaudato negli anni dei fasti berlusconiani: l'anti-statalismo che, ridotto in pillole, altro non è che quella pervicace, incontenibile fobia per un fisco che, a torto o a ragione, storicamente molti italiani ritengono iniquo e vessatorio. Nel solco di questa tradizionale avversione per lo statalismo, ossessivamente celebrato dal Cavaliere come “comunismo”, Salvini ha saputo inventarsi, in modo spregiudicato, un additivo politico di chiara matrice lepenista: la lotta contro gli immigrati. La destra salviniana si compone, pertanto, di questa inedita commistione di elementi identitari che una parte rilevante di italiani dimostra di apprezzare: spiccato anti-europeismo, rancore per la Merkel e simpatia per Putin, ostilità per le tasse e per lo Stato, rifiuto dell'accoglienza. La destra italiana, oggi, è questa: può piacere o non piacere, ma è indubbio che essa vanti una precisa fisionomia. Di contro, chi e che cosa rappresentano i partiti che, in questo momento, sono alla guida del paese? La verità è che questo governo non sarà mai in grado di parlare in modo univoco ai cittadini perché, come dimostra la legge di Bilancio, sia Renzi che Di Maio continueranno a giocare a tutto campo, animati dal comune interesse di logorare il partito democratico di cui puntano entrambi a eroderne i consensi. Poiché non sarebbe ragionevole trascinare l'agonia di questo governo fino alla scadenza del mandato presidenziale, Nicola Zingaretti farebbe bene a valutare l'ipotesi di convincere Mattarella alle dimissioni al fine di anticipare all'anno prossimo le elezioni presidenziali per poi andare alle urne con la certezza di aver blindato la nostra permanenza nell'Ue con Mario Draghi al Quirinale. Forse è fantapolitica. Forse.  

Editoriale apparso su La Provincia di lunedì 11 novembre 2019