BLOG - Per l'Europa siamo i soliti italiani "chiagne e fotte", di Antonio Dostuni

· Pubblicato il: 20/11/2018

Secondo i partners europei, questo governo non rappresenta alcun cambiamento. Risulta difficile dissentire. In verità, Salvini e Di Maio rappresentano la triste riedizione di un ceto politico rimasto uguale a se stesso che, sotto le mentite spoglie di una comunicazione più trasgressiva, continua a perpetuare quella specificità tutta italiana che si riassume in una vecchia battuta di Enzo Biagi: in Italia, di legale, é rimasta soltanto l'ora legale. Sono gli stessi fatti a dimostrare che non vi é alcuna discontinuità rispetto al passato: l'obolo assistenzialista, la "pace fiscale", l'inverecondo condono di Ischia, perfino i 49 milioni della Lega che Salvini ha saputo abilmente derubricare come una vicenda del tutto marginale.

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Lo scontro tra il governo italiano e la Commissione Ue rischia di condurre l'Italia ad un isolamento internazionale senza precedenti. Le posizioni espresse da Austria e Olanda, che spingono per una immediata procedura di infrazione nei confronti del nostro paese, dovrebbero indurci a fare una seria riflessione sul giudizio che gli altri hanno di noi. Cosa certamente non facile per chi finge di ignorare che l'Italia vanta una serie di primati non proprio commendevoli: nella diffusione della mafia, dell'evasione fiscale, della corruzione, dell'abusivismo edilizio, giusto per fare un esempio. Perchè mai, quindi, un cittadino straniero dovrebbe mostrare clemenza verso un popolo che resta indifferente davanti alle innumerevoli magagne del suo paese? Per la stampa straniera la posizione conflittuale del governo italiano nei confronti dell'Ue nasce, pertanto, dalla proverbiale inaffidabilità degli italiani di cui sarebbe nota l'istintiva, atavica, riluttanza alle regole. Questo é lo schema utilizzato per giudicare il nostro governo che, secondo i partners europei, non rappresenta alcun cambiamento. Risulta difficile dissentire. In verità, Salvini e Di Maio rappresentano la triste riedizione di un ceto politico rimasto uguale a se stesso che, sotto le mentite spoglie di una comunicazione più trasgressiva, continua a perpetuare quella specificità tutta italiana che si riassume in una vecchia battuta di Enzo Biagi: in Italia, di legale, é rimasta soltanto l'ora legale. Sono gli stessi fatti a dimostrare che non vi é alcuna discontinuità rispetto al passato: l'obolo assistenzialista, la "pace fiscale", l'inverecondo condono di Ischia, perfino i 49 milioni della Lega che Salvini ha saputo abilmente derubricare come una vicenda del tutto marginale. Si tratta di fatti che, agli occhi di un cittadino tedesco, confermano la mancanza cronica di etica pubblica nonché la drammatica assuefazione al degrado di un popolo avvezzo al piagnisteo che, in ogni occasione, sceglie di adeguarsi lamentandosi: “italiano, chiagne e fotte”, secondo una vecchia boutade che ritrae una costante identitaria difficile da contestare. La verità é che non ci piace l'Europa perchè siamo un paese che non ha mai amato la disciplina, il senso dello Stato, il rispetto delle regole. Junker, Angela Merkel, Macron, Moscovici, sono solo un pretesto: per tanti italiani, uscire dall'Europa significherebbe poter tornare allo stato brado di un paese strutturalmente anarcoide che sa esprimere il suo talento solo nell'illegalità, nella furbizia e nell'opportunismo. Il “merito” di Lega e 5 Stelle consiste nella capacità di farsi interprete di questa Italia che non é affatto minoritaria, come, per anni, ha ingenuamente creduto la sinistra. Per queste ragioni, Salvini e Di Maio cercheranno di portare alle estreme conseguenze lo scontro con l'Europa di cui hanno già previsto le singole tappe. Vediamole. Lo sforamento del deficit finirà per provocare una multa di circa 10 miliardi di euro (le regole comunitarie prevedono una sanzione compresa tra lo 0,2 e lo 0,5% del Pil). Naturalmente, il governo si rifiuterà di pagarla e, quindi, l'Ue si vedrà costretta a congelare i fondi strutturali spettanti al nostro paese il quale, per ritorsione, si rifiuterà di versare la quota annuale che ogni Stato é obbligato a versare all'Unione. Se questo braccio di ferro dovesse protrarsi, l'approdo finale sarebbe, inevitabilmente, l'uscita dall'euro. Resta, tuttavia, un'incognita. Per non consentire al cittadino di conoscere la data del “change-over” (cioè, della conversione dell'euro in lire), l'uscita dall'euro dovrebbe avvenire con grande rapidità. Prima di quel giorno, infatti, tutti i risparmiatori cercherebbero di prelevare i propri risparmi in euro nel fondato timore che la nuova valuta valga meno (secondo gli analisti, circa del 20 per cento). Per evitare la corsa agli sportelli, l'unica soluzione sarebbe quella di effettuare il “change-over” a sorpresa, cogliendo alla sprovvista i cittadini. Avvenne qualcosa di simile qualche lustro fa, nottetempo, come i più vecchi ricorderanno: non fu un bel giorno per gli italiani. Vogliamo, davvero, arrivare a tanto? 

Editoriale appasro su La Provincia di lunedì 19 novembre 2018