BLOG - Non siamo un popolo razzista ma potremmo diventarlo, di Antonio Dostuni

· Pubblicato il: 25/03/2019

C'è una domanda che ogni italiano dovrebbe porsi: siamo diventati un popolo razzista? Si tratta di un interrogativo che mette a dura prova la coerenza di molti cittadini dabbene, che lavorano onestamente, si dedicano alla famiglia e alla sera vanno a letto evitando, per comodità, di porsi simili domande: come diceva Longanesi, “quando si bussa alla loro coscienza, fingono di non essere in casa”. Inutile nasconderlo, nel nostro paese il razzismo esiste ed é sempre esistito: non ammetterlo é solo ipocrisia. Il fatto che sia ancora un fenomeno minoritario non ci deve indurre a sottovalutarne la portata visto che sono state le minoranze a fare la storia: Unità d'Italia, fascismo, Resistenza e, se vogliamo, il '68.

-----------------------

C'è una domanda che ogni italiano dovrebbe porsi, una domanda semplice e brutale, alla quale si dovrebbe rispondere senza inutili sofismi: siamo diventati un popolo razzista? Si tratta di un interrogativo che mette a dura prova la coerenza di molti cittadini dabbene, che lavorano onestamente, si dedicano alla famiglia e alla sera vanno a letto evitando, per comodità, di porsi simili domande: come diceva Longanesi, “quando si bussa alla loro coscienza, fingono di non essere in casa”. Inutile nasconderlo, nel nostro paese il razzismo esiste ed é sempre esistito: non ammetterlo é solo ipocrisia. La soave rappresentazione degli “italiani brava gente” é spesso servita per occultare l'esistenza di un “sentimento” che, come un fiume carsico, ha sempre attraversato la nostra società, affiorando talora in modo confuso e frammentario, senza tuttavia mai lasciare un segno profondo del suo disvelamento. Si badi, non c'è nulla di ideologico in questo comportamento di ostilità verso lo straniero, ed é per per questo motivo che parliamo di “sentimento” che una parte, per fortuna minoritaria del paese, ha sempre nutrito verso ciò che appare un'insidia alla nostra identità. Fino a qualche anno fa, sarebbe stato impensabile discettare di simili argomenti. Eravamo un paese felice, spensierato, abbastanza ricco da poterci permettere di essere ospitale e solidale con chiunque. Basterebbe ricordare la bonomia con cui venivano definiti “vu cumprà” i primi immigrati provenienti dall'Africa. La crisi economica ha profondamente cambiato i nostri connotati: sono saltate le antiche certezze e, improvvisamente, ogni italiano ha visto crescere in sé la paura per un futuro sempre più gravido di incognite. Si trattava, in verità, di una crisi sistemica che, in modo del tutto inaspettato, investiva ogni angolo e ogni interstizio dell'apparato sociale: politica, istituzioni,  informazione, scuola, sanità, mondo dello spettacolo, nulla é stato risparmiato da questa tragica parabola che ha lentamente modificato i tratti identitari di un'intera nazione. La povertà crescente del cittadino ha finito per produrre una progressiva ostilità nei confronti della globalizzazione che ha eroso la sovranità economica degli Stati, ormai alla mercè della finanza internazionale e delle grandi multinazionali. Il mercato globale ha provocato quello che Ulrich Beck ha definito un “dramma cosmopolitico” che si fonda sul dato inedito di una profonda interdipendenza di tutta l'umanità, sia materiale che spirituale, che nessuno Stato appare in grado di arrestare. Da questa tragica impotenza degli Stati nasce il senso di impotenza del cittadino che nutre sempre meno fiducia nella capacità della politica di migliorare le sue condizioni materiali: nulla di più pericoloso per una democrazia liberale. Questo é il contesto nel quale va collocata la questione dei migranti che, per il nostro paese, rischia di trasformarsi in un pericoloso detonatore sociale a causa dell'incapacità dell'Europa di gestire un fenomeno al quale é stato stolidamente attribuito un carattere emergenziale. Non é così, come i fatti stanno dimostrando. Per queste ragioni, occorre abbandonare quello schema, caro ai populisti, che si fonda sulla contrapposizione tra il “buonismo” dell'accoglienza e il “cattivismo” dei respingimenti. Da quello schema dissennato nasce il rischio che le sacche di razzismo esistenti nel nostro paese, oggi ancora minoritarie, col tempo possano prevalere e trovare una legittimazione sociale anche grazie all'ignavia di tanti italiani, “brava gente”. Non dimentichiamo che, nel nostro paese, sono sempre state le minoranze a fare la storia: pensiamo all'Unità d'Italia, al fascismo, alla Resistenza e, se vogliamo, anche al '68. Tornando alla domanda iniziale di questa riflessione, la risposta é: no, non siamo diventati un paese razzista. Ma occorre stare molto attenti perchè potremmo diventarlo. Alla nostra maniera, da brava gente. 

Editoriale apparso su La Provincia del 25 marzo 2019