BLOG - Nella prima Repubblica i politici facevano affari, oggi gli affaristi fanno politica, di Antonio Dostuni

· Pubblicato il: 04/03/2019

Oggi tanti giovani entrano in politica non per passione o per senso del bene comune. Senza un minimo di cultura politica, entrano per mero carrierismo, giusto perchè la politica propizia visibilità, relazioni, conoscenze che possono tradursi in opportunità o vantaggi professionali. La verità é che c'è alcuna differenza tra “rivoluzione liberale”, “rottamazione” e “governo del cambiamento”. Si tratta solo di stucchevoli slogan che hanno un denominatore comune, quello di nascondere quel grande vuoto culturale da cui nasce la crescente disaffezione del cittadino per la politica.

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Una delle battute più memorabili del giornalismo italiano la dobbiamo ad Enzo Biagi il quale, qualche anno dopo l'esordio in politica di Berlusconi, dalle colonne del Corriere sibilò: “Anche nella prima Repubblica i politici mangiavano ma sapevano stare a tavola”. L'approdo di Silvio Berlusconi nella politica italiana rappresenta un passaggio cruciale nella storia della nostra Repubblica perchè determinò una svolta radicale nel costume politico del paese di cui oggi iniziamo a scorgere i primi segnali. Allo stato risulta arduo tracciare un profilo attendibile di quegli anni dato che l'artefice di quella svolta é tuttora in grado di condizionare, in modo significativo, il quadro politico nazionale. Possiamo, tuttavia, individuare fin da oggi un preciso tratto identitario del berlusconismo che ha finito per permeare profondamente l'ethos della nostra società di cui il Cavaliere ha saputo modellarne le forme uniformandolo alla precettistica a lui più cara. Si tratta di quella sotterranea, tacita tolleranza verso ogni sorta di illegalità che, nell'immaginario di un elettore berlusconiano, rappresenta la comprensibile rivolta di ogni cittadino contro i soprusi dello Stato. In verità, questo é il terreno su cui é sorto l'asse con la Lega: la ribellione contro lo Stato e contro l'ordine costituito che storicamente protegge i “lazzaroni” della politica e dell'universo sindacale, della pubblica amministrazione e del Mezzogiorno. In fondo, la grande “Rivoluzione liberale” di Silvio Berlusconi poggia sugli stessi assiomi del “Senatur” anche se i canoni estetici appaiono differenti: da una parte la simpatica spocchia di un “bauscia” milanese; dall'altra, la rabbia digrignante di un “descamisado” padano. Come dire: etica ed estetica possono marciare divisi ma colpire uniti. In nome del pragmatismo e della concretezza, il merito del Cavaliere é di aver saputo erigere al nord una fortezza elettorale che per la sinistra sarà difficile perfino scalfire. Lega e Forza Italia vantano elettorati che hanno una composizione sociale profondamente diversa ma sono tuttora accomunati da un sentimento di ostilità verso l'apparato pubblico e verso tutto ciò che evoca il sapore rancido della sinistra. Se vogliamo, questo é il lascito più significativo dell'evo berlusconiano che, malgrado il clangore celebrativo delle tv e dei giornali amici, alla fine é stata solo una grande operazione di potere che, sul piano culturale, non ha certamente giovato al paese di cui ne ha drammaticamente enfatizzato e corroborato i vizi più antichi. Parafrasando Enzo Biagi, la differenza tra prima e seconda Repubblica é che, mentre in passato i politici facevano affari, oggi sono gli affaristi a fare politica. In quest'ottica, oggi tanti giovani entrano in politica non per passione o per senso del bene comune. Nulla di tutto ciò. Entrano senza un minimo di cultura politica per mero carrierismo, giusto perchè la politica propizia visibilità, relazioni, conoscenze che possono tradursi in opportunità o vantaggi professionali. In questo senso, occorre riconoscere che il berlusconismo ha trionfato perchè ha saputo assurgere a paradigma culturale. Quello che oggi usiamo definire “populismo” altro non é che questa desertificazione culturale della politica che si é lasciata fagocitare dal modello berlusconiano. Matteo Renzi, Luigi Di Maio, Matteo Salvini, rappresentano gli eredi naturali di quel modello di cui, con modi e accenti diversi, ne perpetuano stilemi e clichè. Piaccia o no, non vi é alcuna differenza tra “rivoluzione liberale”, “rottamazione” e “governo del cambiamento”. Si tratta solo di stucchevoli slogan che hanno un denominatore comune, quello di nascondere quel grande vuoto culturale da cui nasce la crescente disaffezione del cittadino per la politica.

Editoriale apparso su La Provincia del 4 marzo 2019