BLOG - Malati di consumismo: la profezia di Elio Petri, di Fabrizio Fogliato

· Pubblicato il: 26/11/2019

L'insuccesso, le feroci critiche dei colleghi durante le Giornate del Cinema Veneziano del 1973 (il Festival è abolito, le proiezioni pubbliche e in piazza) per il film La Proprietà non è più un furto, il susseguente ostracismo per Todo Modo (1976), provocano in Petri una profonda disillusione verso le potenzialità espressive e comunicative del mezzo cinematografico, portandolo all'esasperazione del pessimismo, ad una visione della realtà sempre più astratta, metafisica. Nell'ultimo periodo della sua vita (stroncato da un tumore, a 53 anni, il 10 novembre 1982), il regista si trova stretto in quel vicolo cieco che fà emergere malessere, sofferenza dell'artista.

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“Il senso della morte era un'ossessione. In certi momenti il sentimento della morte era così forte che non riuscivo più a mangiare e a dormire”. Per Elio Petri le ossessioni personali, le disillusioni verso un mondo che stenta a riconoscere (e a riconoscerlo) prendono forma come concetti scritti in ordine sparso, degli appunti: la paura della morte, la depressione latente, la realtà storica che ha tradito le aspettative rivoluzionarie. “Per fare un film bisogna avere, oggi molta follia e molto amore per il cinema. E questo è probabilmente l'unico aspetto positivo della faccenda”. L'insuccesso, le feroci critiche dei colleghi durante le Giornate del Cinema Veneziano del 1973 (il Festival è abolito, le proiezioni pubbliche e in piazza) per il film La Proprietà non è più un furto, il susseguente ostracismo per Todo Modo (1976), provocano in Petri una profonda disillusione verso le potenzialità espressive e comunicative del mezzo cinematografico, portandolo all'esasperazione del pessimismo, ad una visione della realtà sempre più astratta, metafisica. Nell'ultimo periodo della sua vita (stroncato da un tumore, a 53 anni, il 10 novembre 1982), il regista si trova stretto in quel vicolo cieco che fà emergere malessere, sofferenza dell'artista. E’ da questi presupposti che nasce il suo film-testamento-profezia. Buone notizie (1979), riflessione poliprospettica e ghignante su uno spettacolo privato: la vita. Nel film l’esistenza è ridotta ad una serie di azioni meccaniche, raffreddate in una anfibolia rappresentativa ricercata, necessaria per evidenziare l’anestesia delle emozioni prodotta dal benessere piccolo-borghese, dalla sicurezza degli oggetti. L’individuo è un merce e il suo essere tanatofobico risponde alla paura di deperire, avariare, marcire, esattamente come una merce. Il paradigma dell’uomo-moderno/uomo-romantico costruito dal regista attraverso il doppelgänger de “L’uomo”/Gualtiero (Giancarlo Giannini/Paolo Bonacelli) risponde alla necessità di definire un paragone/corrispondenza tra individuo e società. Buone Notizie - apologo morale sul processo irreversibile di involuzione e polverizzazione della società italiana – è l’astrazione della mutazione antropologica di matrice pasoliniana; raffigura la condizione assurda dell'essere umano imprigionato nella gabbia del benessere, anestetizzato nei sentimenti. Opera una ricerca estrema sui registri narrativi riconducendoli al parossismo e all’iperbole creando un artefatto caleidoscopico: umorismo macabro e mortifero, recitazione nevrotica e sovraeccitata, esasperazione cromatica e pittorica. La nevrosi sessuale, la ritrosia verso la responsabilità, l'assuefazione alla violenza, la regressione verso un comportamento esistenzialmente masturbatorio e infantile si manifestano in paesaggio urbano romano sommerso dalla sporcizia: le merci prodotte dall’uomo-merce divengono rifiuti, scarti mefitici che ammorbano l’aria (plastica che non intacca, anzi esalta il colore), inorganici e organici (il cadavere riverso nella fontana), elementi routiniers del quotidiano che, anziché repellere, danno sicurezza in un paesaggio squassato dall'urlo delle sirene, percorso da un'infinità di schermi televisivi. Le “buone notizie” non sono la cornice caustica e catodica che circonda il ritratto del cittadino-medio (omicidi, attentati, allarmi bomba, animali morti a causa dell'inquinamento), bensì l’irruzione della vita nell’horror vacui del quotidiano: quella che sta crescendo nella pancia di Fedora, l’amicizia univoca, assoluta di Gualtiero (l’uomo romantico), la percezione che il potere spinge a “non aprire” lo scrigno della vitalità, felicità, normalità. Buone Notizie, leopardiano invito ad andare oltre la siepe, apre il suo orizzonte ad una riflessione - complessa, contraddittoria, spiazzante (in cui trovano spazio vita e morte e loro essenza filosofica e materiale) - immersa in un quadro surreale (debitore di Luis Buñuel), dipinto in una Roma irriconoscibile, straniante, violentata dal consumismo: resti immondi marciscono ai piedi di monumenti millenari; personaggi paranoici e sociopatici si agitano senza né meta nè orizzonte; il parlato frantumato è pervaso da una vena di malinconico sarcasmo. La mutazione linguistica è premessa a quella antropologica: i dialoghi asincroni e la liquefazione della complessità comunicativa sono l’irrelato dell’introiezione dei codici televisivi. Buone Notizie rilegge L’essere e il nulla di Jean-Paul Sartre per restituire l’immaginario di un mondo piccolo-borghese alienato nei sentimenti e meccanizzato nei comportamenti. La sana curiosità che – digrignando, a denti stretti e con sofferenza – spinge “L’uomo” a strappare la busta “da non aprire” lasciatagli da Gualtiero è un sintomo che (forse) il contagio non è irreversibile. La busta rappresenta il lascito dell’ultimo uomo-romantico all’uomo-moderno: la tacita consegna dell’ “essere” al “nulla”, qualcosa di inconoscibile, cancellato, obliato che l’uomo non deve riscoprire altrimenti si riumanizza. Il protagonista senza nome, “L’uomo”, è un archetipo, oscuro funzionario televisivo di cui rimane ignoto il compito: seduto davanti a sei televisori, si nutre di immagini (per Petri il vampiro è l’utente non la TV), interloquisce al telefono parlando di numeri, codici, indici di gradimento, mantenendo, a fatica, la sua autonomia di robot professionale; dipendente, subalterno al potere dell’etere, confuso, intriso di paure (del buio, del sesso). “L’uomo” in grigio - magrittiano nella sua dimensione iconografica, dechirichiano in quella esistenziale di manichino - è ossessionato dal tempo che passa, terrorizzato dalla possibilità di morire. Nel suo ufficio e nella sua roulotte c'è Guernica, il picassiano simbolo dell'orrore bellico: affissione sarcastica per una società che si autodivora senza accorgersene in cui l’uomo moderno è mostrato come un prodotto, oggetto compresso nella sua scatola (la casa). Buone notizie, anche iconograficamente, risponde all’esigenza di mostrare la nullificazione della società e l’entropia di un individuo che vive sospeso nella sperequazione tra vita reale e riproduzione catodica della stessa. La televisione surroga la realtà, produce un regime di assuefazione bloccato e inaccessibile che pone il percepito in prevalenza sul reale: “Tutti ammazzano e noi no… tutti rubano e noi no… tutti fottono e noi no… tutti si drogano e noi no…”, così si interroga, rimproverandosi,  “L’uomo” (che riveste il ruolo di marito) rivolto a Fedora (Angela Molina) nel ruolo di moglie, evidenziando l’atonia prodotta dal piccolo schermo che induce, nell’individuo, il distacco dalla realtà, lo frustra nel desiderio, inesausto e impossibile, di vivere le esperienze di scarto che la televisione propone come la “vera vita”. La TV separa, scinde, proietta racconti di violenze politiche, familiari, sociali, espresse, tutte e indifferentemente, dal volto imperturbabile della conduttrice che racconta, con cinico distacco, storie torbide incorniciate in immagini frigide. La coazione a ripetere della TV non ammette stacchi ed è portata a destabilizzare il cervello dello spettatore (minacciandone la sanità mentale) per immergerlo in una confusione (anche dei ruoli) che è totale, con l'intento di stimolarne la paura, limitarne la libertà per spingerlo a consumare di più. “Io non capisco perché cazzo noi due continuiamo a stare insieme. Figli non ne vogliamo per non mettere al mondo altri infelici. Rapporti sessuali...squallidi e casuali. Sussiste soltanto il problema di come spartirci i beni materiali, perché sono dispari: tre, frigorifero, televisore e giradischi”, espressione che mostra l'incapacità dell'uomo nel razionalizzare quanto sta accadendo. La vera ossessione dell'uomo moderno è quella del sesso declinato sul giudizio della prestazione, l'ossessione per il corpo pulito, depilato, asettico: prodotti derivativi della pubblicità che annullano, anestetizzano l’empatia. L'uso disinvolto e consuetudinario della volgarità sessuale è una necessità per apparire forti e per difendersi dal giudizio degli altri, per allontanare da sé debolezza e pensiero: “Ho bisogno della trivialità...per difendermi...forse...dalla spiritualità”. All'orrore quotidiano non c'è fine: forse l'unica risposta possibile è quella della “follia” di Gualtiero: romantico capace di coinvolgere l'amico in un valzer improvvisato e scoordinato (in una scena struggente e malinconica) ballato sull'orlo dell'abisso mentre in una frase sintetica e profonda afferma la verità che più nessuno vuole sentire: “Noi crediamo di continuare a ballare, invece strisciamo... come vermi”. 

Per gentile concessione dell'autore, Fabrizio Fogliato, Critico cinematografico e Storico del Cinema.

Pubblicato su L’ORDINE – La Provincia di Como – Domenica 24 novembre 2019