BLOG - L'ottava meraviglia di Nole a Melbourne, di Fabiano Ghilardi

· Pubblicato il: 07/02/2020

Il Re sembrava caduto, evviva il Re! Il serbo Novak Djokovic si è aggiudicato l’Australian Open 2020, prima prova del Grande Slam, sconfiggendo l’austriaco Dominic Thiem al termine di cinque set altalenanti. A dirla tutta, a metà partita pareva ormai che il destino dell’incontro fosse segnato e indirizzato verso l’austriaco: sul punteggio di un set pari e 4-0 per Thiem nel terzo parziale il campione in carica sembrava essere lontano anni luce dall’avversario. Forse fiaccato da un problema fisico, che ha richiesto un time-out medico, Djokovic appariva totalmente in balìa di Thiem, atleticamente e tatticamente.

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Il Re sembrava caduto, evviva il Re! Il serbo Novak Djokovic si è aggiudicato l’Australian Open 2020, prima prova del Grande Slam, sconfiggendo l’austriaco Dominic Thiem al termine di cinque set altalenanti. A dirla tutta, a metà partita pareva ormai che il destino dell’incontro fosse segnato e indirizzato verso l’austriaco: sul punteggio di un set pari e 4-0 per Thiem nel terzo parziale il campione in carica sembrava essere lontano anni luce dall’avversario. Forse fiaccato da un problema fisico, che ha richiesto un time-out medico, Djokovic appariva totalmente in balìa di Thiem, atleticamente e tatticamente. Ma un campione inossidabile tende a non arrendersi mai e, ancora una volta, Djokovic ha saputo risorgere dalle proprie ceneri come la fenice. Aggrappandosi al match punto su punto e allungando il terzo set fino al 6-2, il serbo ha via via ritrovato aggressività e ritmo e riacciuffato le redini dell’incontro.

La finale dell’Australian Open 2020 è durata 4 ore esatte, ben lontane dalle 5 ore e 53 minuti della finale maratona del 2012 tra lo stesso Djokovic e il rivale Rafael Nadal. In occasione di quel match – che rimane tuttora la finale più lunga della storia dei tornei del Grande Slam – scrissi di getto le impressioni che seguono:

Ci sono giorni in cui pensi che il tennis appartenga alla razza degli sport “crudeli”, cioè quelli in cui non esiste il pareggio. Prima o poi uno dei due contendenti riesce a sfruttare il match point e a chiudere la partita. Ma dopo quasi sei ore di battaglia tra Nadal e Djokovic il vero vincitore è stato il grande agonismo messo in campo senza soluzione di continuità dai due campioni. Ha vinto Djokovic, peraltro al primo match point, ma la lunghissima partita merita di entrare di diritto nell’elenco dei match più belli di sempre. L’ultimo game riassume bene l’andamento dell’incontro, anche a livello emotivo. Djokovic serve sul 6-5 del quinto set. Serve per il match, e in un attimo si trova 30-0. Mancano ancora due punti per aggiudicarsi l’incontro. Gli era già capitato un’ora prima, nel tie-break del quarto set, quando avanti 5-3 si è visto rimontare e battere da un filotto di punti di Nadal. Lo spagnolo è sempre vivo anche quando sembra ormai battuto, e anche stavolta ribalta la situazione con colpi spettacolari che inducono il serbo all’errore. Djokovic spera che l’occhio di falco abbia visto dentro il suo rovescio, ma non è così: 30-40, break point... Palla del sei pari per prolungare il match all’infinito. Djokovic sfodera il suo miglior tennis, fresco come se la partita fosse appena iniziata... parità! Si batte la mano sul petto e si incita da solo, mentre il pubblico sugli spalti segue la partita in piedi. Arriva il match point e Djokovic, in piena trance agonistica, alza lo sguardo al cielo e si ripete che manca un solo punto... è la volta buona, Nadal sbaglia e il ventiquattrenne numero uno del mondo si getta a terra, urlando tutta la sua gioia alla telecamera che dall’alto lo riprende in estasi.

A Melbourne sono quasi le due di notte. Una notte magica. Per Djokovic, per il suo clan, e per tutti gli spettatori che hanno assistito ad un match che verrà ricordato negli anni. Più spettacolare della finale giocata nella stessa Rod Laver Arena tre anni fa da Federer e Nadal, quella delle lacrime dello svizzero. Una finale intensa dal primo all’ultimo scambio. Una finale equilibratissima. Una partita infinita, che nemmeno la pioggia ha interrotto. In altri tempi si sarebbe dovuto continuare l’indomani. Nel ventunesimo secolo la tecnologia va incontro allo spettacolo e chiede a spettatori e protagonisti sul campo di attendere pochi minuti. Giusto il tempo di chiudere il catino dello stadio con il tetto mobile e lasciare che i raccattapalle asciughino ogni centimetro delle righe, diventate improvvisamente scivolosissime. Succede nel quarto set, sul parziale di quattro pari. Nadal è sotto due set a uno, ma poteva anche essere sotto la doccia. Ha appena trasformato uno 0-40 sul proprio servizio sul 4-3 Djokovic in un tripudio di vincenti che lo hanno tenuto in partita. Un segno di grande tenuta, fisica e mentale. In attesa che il gioco riprenda, guardi il tabellone con il punteggio e trovi conferma dell’incertezza che regna sovrana. Un equilibrio quasi totale. Anche nelle debolezze. Come nel secondo set, quando Djokovic serve sul 5-3 e Nadal lo aggredisce costringendolo al

doppio fallo sul break point. Cambio campo, e stavolta è lo spagnolo a commettere il doppio errore in battuta sul set point per Djokovic. Il tetto ormai è chiuso, si torna in campo e il match va al quinto set. Giocato strepitosamente dai primi due giocatori del mondo. Va avanti il serbo, Nadal lo riacciuffa. Accelera lo spagnolo, ma Djokovic non si arrende.

Per chi ama le statistiche, Nadal è il primo giocatore dell’era Open a perdere tre finali consecutive in tornei dello Slam. Curiosamente sempre contro il serbo, che dalla vigilia della finale di Wimbledon guarda tutti dall’alto del primo posto nel ranking ATP. Djokovic, invece, vince tre Slam di fila. Dal 1968 ci erano riusciti soltanto Rod Laver (l’unico a chiudere lo Slam nel 1969 nell’era Open), Pete Sampras (che, come Djokovic, aveva infilato la tripletta Londra, New York, Melbourne tra il 1993 e il 1994), e i due fuoriclasse che Djokovic ha saputo demolire nel corso del 2011 per issarsi sul trono del computer: Roger Federer e Rafa Nadal. L’elvetico ci è riuscito per due volte di fila, tra il 2005 e il 2006 e tra il 2006 e il 2007. Nadal ci è riuscito nel 2010, chiudendo il cosiddetto “piccolo slam”. Anche Djokovic ha fatto il piccolo Slam lo scorso anno: il 2012 sarà l’anno buono per chiudere quello Grande?

A distanza di otto anni le statistiche che accompagnano le gesta dei “Fab Three” Roger Federer, Rafael Nadal e Novak Djokovic sono a dir poco impressionanti ed in continua evoluzione. Da Wimbledon 2003 a Melbourne 2020 i tre cannibali del circuito hanno monopolizzato 56 Slam su 67 disputati, lasciando le briciole agli altri tennisti (tre titoli a testa per Stan Wawrinka e Andy Murray, un solo successo per Andy Roddick, Lleyton Hewitt, Gaston Gaudio, Juan Martin Del Potro e Marin Cilic). Dall’inizio del 2017 vincono soltanto loro: 3 Slam Federer, 5 Nadal e 5 Djokovic. In carriera hanno vinto almeno una volta ciascuno dei quattro tornei del Grande Slam, impresa riuscita in era Open soltanto a Rod Laver e Andre Agassi e in era pre-Open a Donald Budge, Fred Perry e Roy Emerson. L’Australian Open è la seconda casa del serbo, con 8 successi in altrettante finali disputate. Percorso netto in finale anche per Rafael Nadal sulla terra del Roland Garros, con ben 12 vittorie nell’arco di 15 anni. Per Federer il giardino di casa è Wimbledon, dove vanta 8 successi. Lo Slam più “democratico” si dimostra essere lo US Open, dove Federer ha vinto 5 volte, Nadal 4 e Djokovic “soltanto” 3. Difficilmente avvicinabili anche i numeri relativi alle rispettive rivalità: 55 sfide Djokovic-Nadal, 50 incontri Federer-Djokovic e 40 match tra Federer e Nadal. Prima dell’avvento dei tre dominatori del circuito del XXI secolo le rivalità più assidue avevano prodotto un numero di scontri diretti che si assesta intorno alle 35 partite. Il ricambio generazionale inizia a bussare insistentemente alla porta, ma i tre oligarchi sembrano comunque ben determinati a non cedere il passo ai giovani avversari.