BLOG - Le raccomandazioni e la sfiducia dei nostri giovani, di Antonio Dostuni

· Pubblicato il: 04/12/2008

Continua la riflessione sulla meritocrazia. Nel nostro paese le raccomandazioni sono considerate un peccatuccio veniale ma in questo modo i nostri giovani smetteranno di credere non solo nelle istituzioni ma perfino in se stessi.

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Il concorso per Magistratura che si è svolto recentemente a Rho, di cui la stampa ha invocato l’annullamento per le gravi irregolarità che ne avrebbero inficiato lo svolgimento, dimostra in modo inequivocabile che il germe dell’illegalità si è insinuato in ogni interstizio delle nostre istituzioni. Il vizio italico di cercare favori o protezioni si è talmente radicato da essere diventato, nell’immaginario collettivo, un veniale peccatuccio da scafati furbacchioni che sono soliti dividere il mondo in furbi e in fessi dove, naturalmente, i fessi sono sempre gli altri. La nostra quotidianità è costellata di episodi in cui soccombe il merito e prevale il privilegio. Lo sdegno del cittadino è ormai scaduto a semplice moto dell’animo. Ogni abuso serve a legittimare quello successivo e l’assuefazione si è trasformata definitivamente in rassegnazione. La fuga dei cervelli nel nostro paese è la conseguenza della resistenza dei pochi a piegarsi alla logica perversa dei tanti. Bisogna tuttavia ammettere che la politica ha contribuito a dare impulso al vizio atavico della cosiddetta “raccomandazione”. Le pratiche clientelari trovano il proprio humus nella vocazione del cittadino a sottrarsi alle regole di una leale competizione che comporta la stretta di mano al più bravo e meritevole. E’ sempre stato così. Il clientelismo ha solo cambiato pelle giusto perché è mutata la “domanda sociale” del tipo di protezione. La vecchia Italia contadina è approdata al capitalismo aggressivo e rampante dei nuovi ceti medi i quali hanno imposto alla politica un mutamento sostanziale nella nozione di “scambio”. Negli anni Settanta-Ottanta abbiamo visto così la politica crescere di peso e di volume e ciò ha finito per incidere sulle dimensioni dello scambio che sono diventate più complesse. Tangentopoli rappresenta la punta parossistica di un sistema che si fondava su una illegalità sempre più diffusa e pervasiva, radicatasi ormai nei piani più alti della società e delle istituzioni. Negli anni Ottanta la tangente ha rappresentato un salto di qualità nelle modalità di esercizio del potere politico. Al cospetto della tangente, la raccomandazione ha acquistato le candide sembianze di una illegalità innocua, quasi innocente, che è definitivamente assurta al rango di legge non scritta: una vera e propria costituzione materiale che ha fatto a brandelli sia l’etica che il diritto, in un solo colpo. In questo modo la Costituzione formale, la “Grundnorm” di Kelsen, sulla quale riposano tutte le leggi e i comportamenti del cittadino, si trasforma in un vacuo florilegio di principi dal sapore escatologico: norme, cioè, di un altro mondo. Sorge il dubbio che la secolarizzazione abbia ingoiato perfino i suoi principi fondativi. Non ci sarebbe nulla di più drammatico perché ne discenderebbe l’assoluta impotenza educativa dello Stato. Bisogna ammetterlo: un paese che non riconosce il merito è un paese destinato alla strappo sociale permanente, alla definitiva perdita di identità nonché alla dissoluzione di ogni forma di coesione sociale. In questo modo non viene soltanto ingannato il presente ma viene anche falsificato il futuro che sarà artatamente sottratto alle nuove generazioni che non avranno più ragioni per nutrire fiducia nelle istituzioni, nella società e financo in se stessi. Il nichilismo del nostro tempo affonda le proprie radici anche in questa nostra abitudine a ritenere normale il violare le regole e il barare. Bisogna fermare la deriva etica del nostro paese che ha reso normale ogni illegalità, piccola e grande. Dobbiamo adoperarci nel rilanciare l’idea che è giusto premiare i meritevoli, perché non dobbiamo, con la nostra indifferenza, perpetuare nelle nuove generazioni la convinzione per cui essere onesti ed essere fessi, in fondo, è la medesima cosa.