BLOG - Le colpe antiche di uno Stato da riformare, di Antonio Dostuni

· Pubblicato il: 25/05/2020

Per decenni abbiamo lamentato gli sprechi e le inefficienze di una pubblica amministrazione che nessun governo della Repubblica ha mai voluto riformare perché, diciamolo chiaramente, la burocrazia statale continua ancora oggi ad essere il luogo privilegiato di nomine e di carriere che la politica utilizza per trovare i propri equilibri, interni ed esterni ai partiti. Tutti conosciamo le innumerevoli inchieste sulla pletora di personale e di dirigenti abbarbicati alla greppia dello Stato ma non abbiamo mai visto una forza politica battersi seriamente per riformare l'amministrazione pubblica la quale, in occasione dell'emergenza, ha dimostrato tutta la sua sconsolante inadeguatezza, sia a livello centrale che periferico.

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La crisi economica innescata dalla pandemia inchioderà presto il mondo politico a tutte quelle gravi inadempienze, che tutti conosciamo, di cui nessun soggetto politico è esente da colpe. Le polemiche di questi giorni, accompagnate dall'indegna gazzarra al Senato, costituiscono la riprova della modesta caratura di un ceto politico a cui la cattiva sorte ha inflitto la iattura di una emergenza che ha colto impreparate sia la politica che la pubblica amministrazione. I tempi non sono ancora maturi per stilare il bilancio di una crisi che ha messo a nudo i limiti strutturali di un centralismo imbolsito da un apparato burocratico che non può essere degno di un paese avanzato. Per decenni abbiamo lamentato gli sprechi e le inefficienze di una pubblica amministrazione che nessun governo della Repubblica ha mai voluto riformare perché, diciamolo chiaramente, la burocrazia statale continua ancora oggi ad essere il luogo privilegiato di nomine e di carriere che la politica utilizza per trovare i propri equilibri, interni ed esterni ai partiti. Tutti conosciamo le innumerevoli inchieste sulla pletora di personale e di dirigenti abbarbicati alla greppia dello Stato ma non abbiamo mai visto una forza politica battersi seriamente per riformare l'amministrazione pubblica la quale, in occasione dell'emergenza, ha dimostrato tutta la sua sconsolante inadeguatezza, sia a livello centrale che periferico. Pertanto, quella invereconda sceneggiata al Senato rischia di acuire la rabbia e il disgusto del cittadino per i partiti che, piaccia o no, rappresentano l'architrave irrinunciabile di una democrazia liberale. La sensazione è che a molti esponenti del nostro paese faccia difetto quella cultura politica da cui discende la consapevolezza dell'importanza del proprio ruolo. I nostri politici stentano a capire che ogni personaggio pubblico innesca una sorta di mimesi sociale che conduce il cittadino a riprodurre stereotipi e cliché di un mondo che, suo malgrado, rappresenta un paradigma, un modello di comportamento e un riferimento collettivo. In questo senso, i nostri politici dimostrano di non avere alcuna contezza del ruolo pedagogico che le istituzioni ricoprono nella vita di ogni cittadino. La crisi economica rischia, quindi, di consegnarci un paese sempre più inquieto a cui la politica dovrebbe responsabilmente restituire serenità. Così dovrebbe essere. Di contro, le cronache continuano a raccontarci un paese caratterizzato da divisioni politiche e da fratture sociali sociali sempre più profonde. Si ponga mente a una vicenda che continua tuttora a dividere l'opinione pubblica. Come sappiamo, FCA (Fiat Chrysler Automobiles) ha chiesto e ottenuto la garanzia dello Stato per un prestito di Eu 6,3 miliardi concesso da Banca Intesa. In altri tempi, come dimostrano i numerosi precedenti, nessuno avrebbe gridato allo scandalo. Questa volta, di contro, abbiamo assistito alla levata di scudi di tanti piccoli imprenditori i quali, nel vedere disattese le proprie aspettative, si sono sentiti penalizzati e discriminati. Anche questo episodio rischia di soffiare sul fuoco di un conflitto sociale che, con il probabile ritorno del virus, in autunno potrebbe divampare. A questo proposito, risulta fondato il timore che, come abbiamo già rilevato in un'altra occasione, nel prossimo autunno il paese possa anteporre l'immunità di gregge al “lockdown”. Per molti cittadini, infatti, la crisi economica rappresenta un pericolo più grave del Covid per cui, nel caso di una recrudescenza del virus, potrebbe esserci una parte del paese che, per evitare di peggiorare le proprie condizioni, non sia più disposta ad accettare le restrizioni di questi mesi e accetti di misurarsi col virus lasciando ad ognuno l'onere di tutelarsi. Si badi bene, non è una ipotesi peregrina. Basta guardare, ad esempio, alle modalità con cui il governo olandese ha gestito l'emergenza sanitaria: a tutti gli over 70 è stato inviato un modulo con cui il cittadino si è obbligato, nel caso di coronavirus, a rinunciare al ricovero in ospedale per lasciare i posti-letto ai più giovani. Nel nostro paese oggi una misura del genere risulta impensabile. Ma siamo sicuri che in futuro sarà così? Stiamo attenti, una società sempre più arrabbiata può arrivare a qualunque forma di spietatezza e di cinismo. E' bene che anche i nostri politici ne siano consapevoli.

Editoriale apparso La Provincia di lunedì 25 maggio 2020