BLOG - La vera rivoluzione è premiare i meritevoli, di Antonio Dostuni

· Pubblicato il: 03/12/2008
Si torna a parlare di meritocrazia. La metafora dei monsoni per sottolineare che, in Italia, il merito è soltanto una moda che ciclicamente si ripropone nel pubblico dibattito. Ma sono soltanto fuochi fatui... 

Nella politica italiana esistono tematiche che vengono ciclicamente riproposte: l’oblio serve a rilanciarle con la parvenza della novità che, naturalmente, è solo apparente. Come accade per i monsoni, bisogna soltanto attenderne l’arrivo: tanto, si sa che arriveranno. Puntuale come i monsoni, in Italia oggi si torna a parlare di meritocrazia. Invitiamo i giovani a diffidarne perché anche stavolta, garantito, si tratta di fuochi fatui. Dobbiamo infatti ammettere che, storicamente, il merito ha sempre avuto scarso ufficio nel nostro paese. La sinistra non ha mai creduto al merito perché gli ha sempre anteposto il bisogno. Il primato del bisogno ha generato il mostro di un egualitarismo che mortifica l’individuo perché si fonda sul principio per cui tutti i cittadini sono uguali in tutto. Solo oggi la sinistra, dopo il lavacro liberaldemocratico, ha accettato l’idea che l’uguaglianza è un valore e l’egualitarismo un disvalore. Ma, si sa, c’è da sempre da colmare lo iato tra teoria e “praxis” e non è cosa da poco. Va aggiunto, tuttavia, un altro motivo per cui la sinistra ha storicamente avversato il merito: dalla tutela del merito poteva sortire una versione tecnocratica della democrazia. La tecnocrazia è intrinsecamente elitaria perché coltiva nel proprio seno una minoranza riluttante a rendere conto alla maggioranza: come diceva Bobbio, la tecnocrazia ha una vocazione ineluttabilmente antidemocratica. Torniamo ad oggi. Guardate i volti dei giovani studenti universitari che in queste settimane stanno manifestando contro il ministro Gelmini. Tanti di essi si professano di sinistra ma non sanno che, quando diverranno professionisti, la sinistra non saprà rappresentarli. Questo è un esempio del ritardo culturale con cui la sinistra suole accostarsi al lavoro autonomo ma è anche un esempio di come la sinistra stenti a credere alla meritocrazia. Tuttavia da questo non si tragga corrivamente la conclusione che ci creda la destra. Il fatto che il ministro Brunetta ne stia facendo la bandiera del proprio governo non deve trarre in inganno. Storicamente anche la destra, infatti, osteggia il merito. Per la destra italiana la società è disposta per gradini ma i gradini posti più in alto sono “riservati”, per motivi di censo o di appartenenza. Anche per questo motivo la nostra democrazia ancora oggi è una democrazia monca. Ci sono settori in cui alligna il privilegio e questo rende la società poco fluida, poco “scalabile”. Si tratta spesso di un privilegio stratificato e multiforme e, per questo, talora invisibile. Ci sono carriere professionali che poggiano sulla successione “dinastica” o sulle protezioni politiche, ritenute, a ragione, ancor più abominevoli. Non vi è campo che non risulti ammorbato da questa tabe: la pubblica amministrazione, le libere professioni, le imprese. Se la destra credesse al merito dovrebbe credere al mercato, dunque alla libera concorrenza ed alla competizione sociale. Ma la nostra destra finge solo di credere al mercato: in realtà, non perde occasione per tessere legami, coltivare relazioni sociali, cercare protezioni per carpire favori. Anche la politica obbedisce a questa logica. Si entra in politica per le opportunità che essa offre, oppure per conseguire visibilità e consenso in grado di tradursi in ascesa professionale o in altri vantaggi (appalti, incarichi, consulenze, promozioni). Se la sinistra ha la responsabilità storica di avere calpestato il merito in nome di un astruso egualitarismo, la destra ha, del pari, la grave responsabilità di averlo fatto in nome del privilegio. Un giorno la borghesia italiana dovrà fare ammenda di questo perché, come classe dominante, avrebbe dovuto innalzare l’etica pubblica con il proprio esempio e con la propria condotta. Purtroppo, in Italia è sempre mancata una borghesia in grado di farsi portavoce dell’interesse generale, dunque del merito e della tutela dei più meritevoli. Ci è sempre mancata quella che, un tempo, si definiva borghesia “illuminata”. Per questo motivo, come dicevamo, i discorsi sulla meritocrazia sono come i monsoni: bisogna solo attendere che passino: tanto, si sa che passeranno.