BLOG - La strategia della tensione: 50 anni dopo Piazza Fontana, di Emilio Galli

· Pubblicato il: 14/12/2019

Milano, 12 dicembre 1969, Piazza Fontana, Banca nazionale dell’Agricoltura, ore 16.38. Il locale è affollato da gente comune: allevatori, mediatori di bestiame, artigiani. Sotto il grande tavolo centrale esplodono 17 chili di tritolo: una strage. Perdono la vita 13 persone, 4 moriranno nei giorni successivi, i feriti, alcuni gravi, sono 87. Inizia così la “strategia della tensione”, ossia un piano ordito da pezzi deviati dello Stato (servizi segreti, gruppi speciali delle forze di sicurezza). Utilizzando manovalanza fascista, attraverso stragi e attentati, si vuole creare un clima di paura e di sfiducia nelle istituzioni democratiche per favorire l’instaurazione di un regime autoritario.

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Milano, 12 dicembre 1969, Piazza Fontana, Banca nazionale dell’Agricoltura, ore 16.38. Il locale è affollato da gente comune: allevatori, mediatori di bestiame, artigiani. Sotto il grande tavolo centrale esplodono 17 chili di tritolo: una strage. Perdono la vita 13 persone, 4 moriranno nei giorni successivi, i feriti, alcuni gravi, sono 87. Inizia così la “strategia della tensione”, ossia un piano ordito da pezzi deviati dello Stato (servizi segreti, gruppi speciali delle forze di sicurezza). Utilizzando manovalanza fascista, attraverso stragi e attentati, si vuole creare un clima di paura e di sfiducia nelle istituzioni democratiche per favorire l’instaurazione di un regime autoritario. Le indagini sono subito deviate verso i gruppi di estrema sinistra e l’anarchismo milanese, vengono arrestati Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda, il “mostro”. La notte del 15 dicembre 1969 Pinelli precipita da una finestra del quarto piano della questura di Milano, si dice per suicidio, ma la questione suscita forti sospetti. Valpreda dopo tre anni di carcere ottiene la libertà provvisoria, verrà poi assolto diciotto anni dopo. Le indagini di magistrati coraggiosi e onesti rivelano la pista nera, ossia il legame tra un gruppo neofascista di Ordine nuovo (guidato da Giovanni Ventura e Franco Freda) e uomini dei servizi segreti. Iniziano le attività di depistaggio per sviare le indagini, con omissioni, sottrazione di prove, individuazione di falsi colpevoli, manipolazione delle notizie trasmesse alla stampa. I processi sulla strage durano anni, iniziano nel 1972, sono più volte trasferiti di sede (Roma, Milano, Catanzaro, Bari), sono successivamente accusati a diverso titolo Freda e Ventura, Giannettini (collaboratore dei Servizi segreti), i fascisti Delle Chiaie, Fachini, Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni. Il 3 maggio l’ultimo verdetto della Cassazione conferma le sentenze di assoluzioni  dei processi precedenti, con l’obbligo (beffa finale) per le famiglie delle vittime di farsi carico delle spese processuali. La verità rimane nascosta. Dopo il 1969 seguiranno altre stragi: nel 1974 una bomba nella piazza della Loggia a Brescia durante un comizio provoca 7 morti e un centinaio di feriti, un’altra sul treno Italicus 16 morti. A chiudere il ciclo degli attentati la strage alla Stazione di Bologna nel 1980 con 84 morti e circa 200 feriti. Ma perché tutto questo?  La risposta sta nella storia del nostro Paese, in cui una parte della classe dirigente è favorevole a svolte autoritarie quando si trova di fronte a movimenti popolari che mettono in discussione i propri privilegi. Nel 1968 erano iniziati i movimenti di contestazione degli studenti nelle scuole, nell’“autunno caldo” del 1969 erano esplose le grandi lotte operaie nelle fabbriche, e proprio nel dicembre del 1969 fu firmato un contratto nazionale che veniva incontro alle richieste degli scioperanti: aumenti salariali, la settimana di quaranta ore, il diritto alle assemblee sindacali di fabbrica nelle ore lavorative senza trattenute sullo stipendio. Qualcuno in Italia pensò di fare come in Grecia, dove, in una situazione simile, nel 1967 l’esercito aveva attuato un colpo di stato dando vita ad una dittatura militare. Nella storia italiana i tentativi autoritari si sono verificati diverse volte. Nel 1894 il Presidente del Consiglio Crispi reagisce alle agitazioni sociali con misure autoritarie eccezionali: proclama lo Stato d’assedio in Sicilia e in Lunigiana, con una durissima repressione militare e poliziesca che poi estende a tutto il Paese, colpendo le organizzazioni operaie e contadine, fino a dichiarare fuori legge il Partito socialista.  Nel 1898 scoppiano in tutta Italia proteste per l’aumento del prezzo del pane, il generale Bava Beccaris a Milano spara sulla folla disarmata con l’artiglieria causando un centinaio di morti, il Re Umberto I nomina Presidente del Consiglio il generale Luigi Pelloux che nel 1999 presenta alla Camera un pacchetto di provvedimenti per limitare il diritto di sciopero e di associazione, richieste che vengono però bloccato dalla maggioranza dei deputati. E’ a tutti noto che dopo la Prima guerra mondiale le squadracce fasciste furono finanziate da agrari e industriali per distruggere le organizzazioni operaie e contadine socialiste, ma anche cattoliche. Mussolini riuscì a instaurare una dittatura ventennale che si concluse con la tragedia della seconda guerra mondiale. Non tutti sanno però che tentativi autoritari si sono verificati anche recentemente nella nostra Repubblica democratica. Nel 1964 contro i governi di centro-sinistra il generale Giovanni De Lorenzo, comandante dei Carabinieri, aveva progettato un piano golpista (il “Piano Solo”), con il sostegno di elementi delle forze armate e di esponenti politici. Il piano prevedeva l’occupazione da parte dei carabinieri delle Prefetture, della Rai, di Istituti civili e militari, delle sedi dei Partiti, con l’arresto e il trasferimento in Sardegna di centinaia di oppositori.  Il Piano non fu attuato e se ne venne a conoscenza nel 1967.  I fautori del Piano non furono perseguitati, De Lorenzo fu addirittura promosso a Capo di Stato maggiore dell’Esercito.  Nel 1970 Junio Valerio Borghese, ex ufficiale della Repubblica sociale di Mussolini, tenta di mettere in atto un colpo di stato. Nel 1970 la destra neofascista si mette alla testa della rivolta scoppiata a Reggio Calabria a causa della mancata designazione della città a capoluogo della Regione. Negli anni Ottanta Licio Gelli, ex volontario franchista nella guerra civile spagnola, fonda la loggia massonica P2 ed è coinvolto in varie trame eversive. Dobbiamo quindi in questi anni di crisi economico-sociale stare attenti perché possono riapparire personaggi che, col pretesto di dare  ordine e tranquillità al Paese, in realtà mirano ad ottenere i “pieni poteri”. Ci deve preoccupare anche l’emergere di forze apertamente fasciste e addirittura naziste che sono tollerate in modo sfacciato da una parte della classe dirigente attuale.