BLOG - La riforma delle Regioni serve per unire un popolo, non per dividerlo, di Antonio Dostuni

· Pubblicato il: 18/02/2019

La riforma dell'architettura dello Stato richiederebbe un'attenzione che, nell'ansia di varare l'intesa di governo, le parti contraenti hanno improvvidamente disatteso. Una vera riforma federale non potrà mai porsi in contrasto con lo spirito di una Carta costituzionale che annovera tra i suoi principi inderogabili il rispetto dei diritti inviolabili del cittadino, dell'uguaglianza e della solidarietà. Sarebbe utile rammentare che “federalismo” deriva da “foedus”, che significa “alleanza, patto”: un patto unisce, non divide. Teniamolo bene a mente.

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Dopo aver varato i due provvedimenti-bandiera (“quota 100” e reddito di cittadinanza), l'azione di governo rischia di incagliarsi in una serie di questioni sulle quali risulterà alquanto complesso trovare un accordo. A parte la Tav e la pronuncia sulla richiesta della magistratura catanese di processare Salvini, un tema su cui Lega e 5 Stelle rischiano di entrare pericolosamente in rotta di collisione è rappresentato dall’autonomia delle Regioni. Uno degli obiettivi del contratto di governo verte sulla necessità di portare a compimento il percorso iniziato nel 2001 con la riforma del Titolo V della Costituzione e proseguito nel 2017 con i due referendum consultivi tenuti in Lombardia e in Veneto. Infatti, a pagina 35 del contratto, al punto 20, si legge: “Sotto il profilo del regionalismo, l’impegno sarà quello di porre come questione prioritaria nell’agenda di Governo l’attribuzione, per tutte le Regioni che motivatamente lo richiedano, di maggiore autonomia in attuazione dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione, portando anche a rapida conclusione le trattative tra Governo e Regioni attualmente aperte. Il riconoscimento delle ulteriori competenze dovrà essere accompagnato dal trasferimento delle risorse necessarie per un autonomo esercizio delle stesse”. Risulta, pertanto, poco credibile il tentativo di qualche parlamentare pentastellato di ritenere che l'autonomia delle Regioni non rientri tra le previsioni del contratto di governo: rientra, eccome. Il problema, tuttavia, è un altro. Leggendo il testo integrale del capitolo “Riforme istituzionali, autonomia e democrazia diretta”, emerge nitidamente l'approssimazione con la quale esso é stato redatto. La riforma dell'architettura dello Stato richiederebbe un'attenzione e un'acribia che, nell'ansia di varare l'intesa di governo, le parti contraenti hanno improvvidamente disatteso: chi per furbizia, chi per incompetenza, chi per superficialità. Sussistono, pertanto, tutte le ragioni per congelare il varo di una riforma che, così come é stata disciplinata, finisce per disegnare un immane pastrocchio istituzionale che rischia di condurre il paese al caos. Ben venga, pertanto, il ravvedimento dei 5 Stelle sulla necessità di riesaminare un testo che risulta confuso e abborracciato ma, soprattutto, sulla necessità di rivedere un percorso che, va rammentato, dovrebbe concludersi con il trasferimento a favore di Lombardia e Veneto di ben 23 materie con le relative risorse. Già solo questo dovrebbe indurre le forze politiche ad essere cauti nel varare una riforma di tali proporzioni senza considerarne l'impatto sullo Stato sociale e sulla sua sostenibilità. Occorre riconoscere che l'accelerazione che Lombardia e Veneto intendono conferire alla riforma delle autonomie si fonda su ragioni difficilmente contestabili. Secondo Eupolis, la differenza tra quanto la Lombardia paga allo Stato e quanto essa riceve (il cosiddetto “residuo fiscale”) ammonterebbe a circa 54 miliardi di euro. Esiste, pertanto, l'obiettiva esigenza di un riequilibrio finanziario che implica la necessità di una sostanziale revisione dell'impianto centralista del nostro Stato di cui le cronache raccontano quotidianamente gli innumerevoli sprechi e le macroscopiche inefficienze. Esistono, tuttavia, profili della riforma che lasciano a dir poco perplessi. Si ponga mente alla scuola. La riforma disegna un sistema che trasformerebbe tutto il personale scolastico in dipendenti regionali omettendo di precisare se viene comunque garantito il diritto di chi proviene da altre regioni di concorrere con i residenti a parità di condizioni (così come é sempre avvenuto). Si tratta solo di un esempio che serve ad illustrare la necessità che una vera riforma federale non potrà mai porsi in contrasto con lo spirito di una Carta costituzionale che annovera tra i suoi principi inderogabili il rispetto dei diritti inviolabili del cittadino, dell'uguaglianza e della solidarietà. Sarebbe utile rammentare che “federalismo” deriva da “foedus”, che significa “alleanza, patto”: un patto unisce, non divide. Teniamolo bene a mente.

Editoriale apparso su La Provincia di lunedì 18 febbraio 2019