BLOG - La Grande Guerra (seconda parte), di Emilio Galli

· Pubblicato il: 15/12/2008
Continua la riflessione sulla Prima Guerra Mondiale che rappresenta un evento storico che l'opinione pubblica ha colpevolmente rimosso.

Nel precedente articolo si sono analizzate le cause e le vicende della I guerra mondiale, l’immane tragedia (in Europa circa 10 milioni di morti, 20 milioni i feriti, l’Italia ebbe 670. 000 caduti)  che segnò il declino dell’Europa, seminando odio e violenza che dopo pochi anni diedero amari frutti: le dittature fasciste e naziste ed una seconda e ancor più catastrofica guerra mondiale. Ora possiamo sentire direttamente le voci di chi partecipò a quella tragedia con spirito ed intenzioni diverse.

Diversi giovani della piccola e media borghesia, educati al patriottismo risorgimentale o al nazionalismo aggressivo,  vedono nella guerra l’occasione per vivere  la grande avventura sognata nei libri. Tanti partiranno volontari, saranno i primi ad essere falcidiati.

Nel 1915 il direttore del giornale settimanale “L’ECO DELLA BIANZA”, pubblicato a Erba,  lascia il  giornale perché richiamato alle armi, insieme al fratello Silvio. Nel gennaio del 1917 è promosso da sottotenente a tenente degli alpini, ma pochi mesi dopo, in giugno viene ferito in combattimento e muore all’Ospedale di Modena . Pochi giorni prima di morire scrive una lettera  al fratello Silvio in cui manifesta la sua disponibilità al sacrificio personale in nome della Patria, sacrificio che l’educazione patriottica ricevuta esaltava come primo dei doveri:

6 giugno 1917Silvio caroQuando tu riceverai questa mia forse il colpo sarà già stato sferrato, sarà tremendo, te lo assicuro.Mai una si poderosa falange di alpini l’Austria si è trovata contro. Io non dubito della vittoria che mi auguro completa e tale da dimostrare ancora una volta al mondo chi sono e cosa valgono gli italiani.Il mio battaglione avrà l’onore di essere fra le prime ondate. Ho sicura fiducia che ancora una volta la mia stella mi aiuti.Se gli affari dovessero però andare male, mi raccomando, Silvio…tu sai come io l’ho sempre pensata, vedi di seguire, migliorandola, quella via che mi ero tracciato per il bene della nostra buona mamma e della nostra cara sorellina.Viva l’Italia! E sempre avanti. Ti abbraccio e ti bacio con forte affetto                                                                                                           Tuo Santino

Atri soldati invece vivono e sopportano la durezza della guerra come un dovere a cui non ci si può sottrarre, e nelle trincee combattono con enorme spirito di sacrificio, alcuni cercando comunque di trovare il modo di sopravvivere pensando ai propri cari  a casa, come Alfredo Mambretti di Incino che scrive al suo parroco Don Giuseppe Castoldi per essere trasferito nella sussistenza:

In questi giorni sempre al mio Reggimento vi sono dei sorteggi per i soldati che devono raggiungere i reggimenti mobilitati. In riguardo alla mia causa finora il mio Comandante non mi spiega nulla. Non so se la raccomandazione fu presa in considerazione, oppure all’opposto. E per questo che vengo ad importunarla per sapere qualche cosa e mi raccomando se potesse in qualche modo aiutarmi per sollecitare questa raccomandazione. Capirà la mia è l’ansia della mia povera madre unita a quella di mia moglie…

I soldati nelle trincee devono amaramente constatare la differenza tra le illusioni della partenza e la realtà della guerra, come ci testimoniano testi quali Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu, il romanzo Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque o alcuni versi della canzone popolare O Gorizia, diffusa nelle trincee italiane:

…O Gorizia, tu sei maledetta / per ogni cuore che sente coscienza; / dolorosa ci fu la partenza / e il ritorni per molti non fu /  O vigliacchi che voi ve ne state / con le mogli sui letti di lana, / schernitori di noi carne umana / questa guerra ci insegna a punir. / Voi chiamate il campo d’onore / questa terra di là dei confini; / qui si muore gridando: assassini! /maledetti sarete un dì…

Molti soldati di tutti gli eserciti al fronte, posti di fronte alla durissima vita di trincea, iniziano ad odiare la guerra ed a inveire contro  i potenti che l’hanno voluta, contro i comandanti  che li mandano al massacro senza curarsi delle loro terribili condizioni di vita. Si diffondono fenomeni di aperta ribellione come la diserzione (in Italia furono oltre 470.000 le denunce per il reato di diserzione), la fraternizzazione tra truppe nemiche e l’ammutinamento. I comandi militari reagiscono con estrema durezza (carcere, fucilazione e decimazione dei reparti ribelli).

Anche L. F. di Crevenna fu denunciato per diserzione, ma in una lettera dall’Inghilterra, dove probabilmente era emigrato,  in un italiano sgrammaticato, ma umanamente intenso si difende dall’accusa

Caro padre, finalmente trovo un momento per scrivere prima di tutto la nostra salute è buona come sento di voi tutti e questo è il più necessario. Ora a proposito dei documenti che mi domandate per me è una sorpresa però sono sempre in possesso di una carta che sono stato riformato per Larmata inglese dopo aver passato 12 dottori e che o avuto il privilegio di sciegliere  credo che con questa no avranno il diritto di chiamarmi disertore perché non è mai stata mia intenzione di esserlo, in tutti i casi mi farete sapere se questa mia carta sarà utile e sufficiente per non avere disturb…in caso vi manderò lindirizzo  di la quando arrivo la Paolina verra a casa fra poco e vi portera la fotografia di Gianni della sua prima comunione  e questa settimana a finito la scuola per le vacanze destate e a passato la classe e continua bene e la bambina se la vedesti come si è fatta bella e una diavoletta, che tocca tutto e troppo viva però è meglio così ora termino col dirvi di prendere cura di voi e vi auguro buona salute e baci a tutti da noi tutti  Vostri affezionati figli  Luigi.

Altri soldati invece subirono condanne pesanti solo per avere scritto lettere “disfattiste”, come è il caso del sergente V. A. di Avellino  che fu condannato dal Tribunale militare di guerra a sei anni di reclusione, 2000 lire di multa e alla rimozione dal grado  per aver scritto la seguente lettera:

Qui la guerra va molto a lungo e non si può sopportare. E’ un macello completo del mio plotone…sono rimasti 5 di 42…Ho capito che qui si tratta di far macellare la povera gente e per questo si fa la guerra…chi ha voluto la guerra resta a casa sua, oppure imboscato, i poveri stupidi si trovano qui a combattere… chi è morto non risuscita più. Io appena mi capita l’occasione fo il pazzo così tento di essere riformato….

Attraverso queste contrastanti voci, possiamo capire cosa fu quella terribile guerra, un evento che ormai fa parte della nostra storia nazionale e che dobbiamo ricordare, onorando chi morì e soffri nelle trincee. Ma evitando di risuscitare nei giovani, già sottoposti dai mass-media a messaggi di violenza e sopraffazione, i miti della “morte eroica”. Anche  la violenza e la guerra hanno un loro fascino da cui l’umanità è spesso stata sedotta.

Oscar Wilde scrisse:

Finchè la guerra sarà considerata una cosa malvagia, conserverà il suo fascino. Quando sarà considerata volgare,cesserà di essere popolare. 

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