BLOG - La giusta tutela delle coppie di fatto, di Antonio Dostuni

· Pubblicato il: 07/07/2010

La storia ci dice che prima del Concilio di Trento (1563), anche la Chiesa cattolica non prevedeva alcun vincolo formale per chiunque fosse legato da un vincolo affettivo. Gli esempi di Torino e di altri comuni italiani. 

Lunedì 28 giugno il Consiglio comunale di Torino ha approvato una delibera con la quale le coppie di fatto, etero ed omosessuali, potranno accedere alle graduatorie di assegnazione di asili-nido e abitazioni. In base alla predetta delibera, l’Anagrafe di Torino rilascerà un certificato a tutte le coppie che dichiareranno allo sportello di convivere “per motivi affettivi”. Pur non avendo carattere sostitutivo dello stato di famiglia, tale certificato attesta l’esistenza di una unione di fatto da cui discenderebbe una serie di benefici pressocchè identici a quelli spettanti alle unioni civili. Secondo “La Stampa”, a Torino ci sarebbero circa 32 mila coppie di fatto (di cui 505 composte da persone dello stesso sesso), che potrebbero beneficiare di questa norma che, occorre rilevare, non rappresenta certamente una novità nel nostro paese. Infatti, la scelta del Comune di Torino si inscrive nel solco già tracciato dai comuni di Empoli, Firenze, Bologna, Padova e Pisa. Il Comune di Empoli è stato, infatti, il primo comune italiano ad istituire, nel 1993, un certificato per “chi coabita per reciproca assistenza morale e/o materiale”. Medesima disciplina è stata adottata, nel 1998, dal comune di Firenze. Di contro, l’Anagrafe dei comuni di Bologna e di Padova prevede il rilascio di un “attestato di costituzione di Famiglia affettiva in applicazione della legge anagrafica”. Il comune di Pisa, infine, nel 1997 ha istituito un registro per chi coabita stabilmente da almeno un anno ed ha dimora abituale nel comune. Come si vede, malgrado l’inerzia del legislatore sulla materia, si sta facendo strada nel panorama normativo del nostro paese un reticolo di sottosistemi che pone, tuttavia, non pochi problemi di coerenza sistematica e di liceità sotto il profilo costituzionale. Infatti, le predette norme comunali rappresentano un vulnus al precetto normativo contenuto nell’art. 29 della Costituzione secondo cui “la famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio”. Non solo, risulta altresì palese la disparità di trattamento tra cittadini. Discutere di questi temi nel nostro paese risulta sempre temerario. Il dibattito culturale è spesso inficiato da un approccio ideologico che non aiuta certamente a capire il senso di una rivendicazione di parità che tanti cittadini, anche cattolici, invocano da decenni. Il motivo del conflitto affonda le radici nella diversa concezione del matrimonio che hanno Stato e Chiesa cattolica: per il primo il matrimonio è un negozio giuridico come il contratto dal quale si differenzia per il suo carattere non patrimoniale; per la Chiesa Cattolica, di contro, il matrimonio è un sacramento. Occorre tuttavia porre mente alla evoluzione storica di questo sacramento. Infatti, prima del Concilio di Trento (1563), il matrimonio, pur retto dal diritto canonico, era caratterizzato dalla totale assenza di procedure formali. Il principio dominante era che “consensus facit nuptias”. La semplice “copula carnalis” e la stessa convivenza “more uxorio” rappresentavano ipotesi presuntive di matrimonio che non necessitavano di sanzioni formali. La presenza del sacerdote e l’introduzione di rigorosi requisiti formali si ebbero solo con il Concilio di Trento con cui si affermò anche la giurisdizione ecclesiastica in materia matrimoniale. Questo, per capire che il processo di formalizzazione del matrimonio come sacramento rappresenta un preciso momento nella storia della Chiesa. Come un fiume carsico, la storia procede silenziosa modellando il diritto e la legislazione degli Stati. La riforma del diritto di famiglia del 1975 rappresenta un altro passaggio fondamentale in questa lenta erosione del precetto costituzionale di cui si è detto (vedi l’equiparazione tra figli legittimi e figli naturali). Benchè la famiglia “tradizionale” continui a rappresentare l’istituzione sociale che, più di ogni altra, è in grado di incidere nella crescita dei cittadini, occorre prendere definitivamente atto della pluralità delle forme familiari presenti nella società italiana. Visto che lo Stato fa orecchie da mercante, fanno bene i Comuni a ritenere che il vero cemento di un legame affettivo resta l’amore e non la carta bollata.