BLOG - La favola del movimento post-ideologico, di Antonio Dostuni

· Pubblicato il: 11/03/2019

Di Maio dovrebbe chiedersi perchè gli elettori di destra hannp accolto con favore il decreto-sicurezza, la flat tax, la legge sulla legittima difesa: semplicemente, perchè si tratta di tre provvedimenti di destra. Già solo questo dimostra la fragilità identitaria di un movimento che ambisce a definirsi post-ideologico tutto proteso ad abbracciare in modo ecumenico gli elettori di destra e di sinistra mediante la narrazione mitologica di un'aristocrazia composta da uomini onesti e virtuosi. 

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Lo scontro sulla Tav tra Salvini e Di Maio rappresenta il sintomo del grave malessere che attraversa il movimento 5 Stelle dopo la scoppola alle elezioni regionali in Abruzzo e in Sardegna. Come era prevedibile, Di Maio inizia a sperimentare sul campo che la favola del movimento post-ideologico, né di destra né di sinistra, può essere soavemente raccontata dai banchi dell'opposizione, cioè, quando a governare sono gli altri. Sono bastati pochi mesi per rendersi conto che, stare al governo, implica un cambiamento “estetico” radicale: cambiano i toni, l'eloquio, i modi di porsi con la stampa ma, soprattutto, il modo di vivere la dimensione parlamentare i cui privilegi, in fondo, non sono poi tanto male. La contraddizione più macroscopica dei 5 Stelle é stata quella di professare per anni la fine della contrapposizione tra destra e sinistra per poi consegnarsi ad un alleato che ostenta fieramente la propria simpatia per la destra lepenista. Non é una contraddizione da poco, soprattutto per le molteplici implicazioni che ne discendono. Prendiamo il decreto-sicurezza, la flat tax o la legge sulla legittima difesa. Di Maio dovrebbe chiedersi perchè questi provvedimenti scaldino i cuori dell'elettorato di destra: semplicemente, perchè si tratta di tre provvedimenti di destra che, in quanto tali, hanno fatto perdere al movimento i consensi raccolti a sinistra. Parimenti, Di Maio farebbe bene a chiedersi perchè il blocco delle grandi opere e il reddito di cittadinanza stanno spostando verso Salvini i voti che il movimento aveva raccolto a destra. Già solo queste domande dovrebbero indurre Luigi Di Maio a prendere atto che é miseramente fallito il tentativo di Casaleggio di creare un movimento “catch-all party”, all'americana, cioè, un movimento “pigliatutto” in grado di abbracciare in modo ecumenico gli elettori di destra e di sinistra attraverso la narrazione mitologica di un'aristocrazia composta da uomini onesti e virtuosi. L'esperienza di governo ha, quindi, fatto emergere i limiti di un movimento la cui fragilità identitaria sta conducendo molti elettori a rifugiarsi nell'astensione o a ricollocarsi altrove. Per fermare questa emorragia, Luigi Di Maio ha deciso di trasformare la Tav in una sorta di “linea del Piave” nel tentativo di ricompattare le fila di un movimento che appare disorientato. Nessuno crede che lo scontro sulla Tav possa condurre ad una crisi di governo, ciò per svariate ragioni, compresa la riluttanza dei peones di entrambe le formazioni (hic manebimus optime..). Matteo Salvini non ha alcuna convenienza a far saltare questo governo nel quale può spadroneggiare disinvoltamente senza che nessuno batta ciglio: sa bene che con Berlusconi e la Meloni la musica sarebbe diversa. Parimenti, Luigi Di Maio non ha interesse a “staccare la spina” perchè il suo destino sarebbe segnato, così come quello di tutta quell'allegra masnada di buontemponi a cui non pare vero di essere diventati ministri della Repubblica. Per la sinistra, pertanto, ci sarà tutto il tempo per lavorare e riaccreditarsi davanti ad un paese che mostra di credere sempre meno alla politica. Per Nicola Zingaretti é proprio questa la sfida più grande: dimostrare che il populismo non rappresenta l'approdo irreversibile della democrazia. In questi anni Matteo Renzi ha voluto rappresentare una sorta di “variante di sinistra” del populismo imperante nel nostro paese. In quest'ottica, la “rottamazione” non era solo un momento di rottura con la vecchia nomenclatura ma ambiva ad essere, soprattutto, l'imposizione di un modello culturale rivelatosi del tutto estraneo alla sinistra. Spetta ora a Zingaretti dimostrare che la politica costituisce il lievito di una democrazia che é solo un guscio vuoto senza un'autentica partecipazione del cittadino: si badi, di un cittadino abituato a poter dissentire, non a dover applaudire. E' questa la differenza tra democrazia e populismo.

Editoriale apparso su La Provincia del 11 marzo 2019