BLOG - Il trucco di confondere il governo con lo Stato, di Antonio Dostuni

· Pubblicato il: 18/10/2018

Salvini e Di Maio intendono attribuire una sorta di sacralità alla volontà popolare che collide con il primato dello Stato e delle sue leggi. Siamo davanti ad una versione caricaturale e, un tantino comica, di democrazia liberale all'interno della quale il governo rappresenta uno dei corpi di cui si compone l'architettura statuale. Confondere capziosamente il governo con lo Stato, consente ad un leader eletto dal popolo di sentirsi “legibus solutus”, cioè svincolato dalla legge. Non é così che funziona uno Stato di diritto. In caso contrario, un magistrato non avrebbe il diritto di processare un politico o un giornalista non potrebbe criticare il governo perchè privi di consenso popolare. 

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La fibrillazione dei mercati e la frequente oscillazione dello spread costituiscono due fattori che, in una situazione normale, dovrebbero preoccupare il governo di un paese il cui compito fondamentale é quello di dirigere, orientare e guidare (governare, da “gubernare”, reggere il timone) il cammino di una nazione. Di contro, il governo italiano sembra non accorgersi che sul paese sta per abbattersi una “tempesta perfetta”che rischia di mettere a repentaglio le poche certezze rimaste sul campo. Dopo dieci anni di crisi, il nostro sistema economico non appare in grado di reggere l'impatto di una nuova recessione che sarebbe letale anche sotto il profilo della tenuta delle nostre istituzioni democratiche. I fatti delle ultime settimane hanno dimostrato in modo inequivocabile la sconsolante inadeguatezza di gran parte della compagine ministeriale guidata (si fa per dire..) da un premier che si rivela sempre più scialbo e irrilevante. Fin dal suo insediamento, Giuseppe Conte si è visto costretto a rincorrere le dichiarazioni di Salvini e Di Maio cercando di offrire un'interpretazione autentica del loro pensiero nel tentativo di rasserenare i mercati e i partners europei. Poiché questa pantomima si protrae ormai da alcuni mesi, risulta fin troppo chiaro che si tratta di una tattica con la quale il nostro governo cerca di ottenere dall'Europa quei varchi di cui ha vitale bisogno per non perdere credibilità davanti ai propri elettori. La prossima legge di stabilità rappresenta per Salvini e Di Maio un passaggio cruciale che non può vederli soccombenti. Lega e 5 Stelle stanno giocando una partita che impone a chiunque si sia messo al tavolo di rispettarne le regole. La colpa più grande del ministro Tria é di avere accettato di sedersi a quella sorta di “tavolo della disperazione” che obbliga il ministro dell'Economia ad adempiere ad una funzione singolare e del tutto innaturale: inventarsi le entrate senza proferire verbo sulle uscite. Per il ministro Tria l'esperienza di governo rischia di trasformarsi in uno psicodramma che finirà fatalmente per intaccarne il prestigio accademico. La rappresentazione, a tratti grottesca, che Conte e Tria stanno offrendo di sé, dimostra che la forza di questo governo é di stritolare e consegnare al pubblico ludibrio chiunque osi opporsi alla direzione di marcia di Salvini e Di Maio sui quali anche i più fervidi apologeti dovrebbero iniziare a porsi qualche interrogativo. Occorre ammettere che le affinità che accomunano Lega e 5 Stelle sono state spesso sottovalutate anche da quella parte di elettorato progressista che, sentendosi tradita da Pd, ha creduto ingenuamente di scorgere un'anima di sinistra nel movimento di Beppe Grillo. I fatti stanno dimostrando che, oltre ad una spiccata vocazione anti-europea, esiste un altro denominatore comune che lega Salvini e Di Maio: una forte e inconfessata ostilità nei confronti delle istituzioni liberali. In più occasioni, infatti, davanti agli attacchi dei loro interlocutori, entrambi hanno replicato formulando l'invito a candidarsi per poi misurarsi davanti al popolo. Si capisce che, in questo modo, Salvini e Di Maio intendono attribuire una sorta di sacralità alla volontà popolare che collide con il primato dello Stato e delle sue leggi. Siamo davanti ad una versione caricaturale e, un tantino comica, di democrazia liberale all'interno della quale il governo rappresenta uno dei corpi di cui si compone l'architettura statuale. Confondere capziosamente il governo con lo Stato, consente ad un leader eletto dal popolo di sentirsi “legibus solutus”, cioè svincolato dalla legge. Non è così che funziona uno Stato di diritto: Salvini finge di non saperlo e Di Maio probabilmente non lo sa. Poco importa. L'importante é che il paese si renda conto in tempo che non si esce dall'Europa senza sapere dove andare. 

Editoriale apparso su La Provincia del 18.10.2018