BLOG - Il reato di abuso d'ufficio nel paese delle tangenti e delle raccomandazioni, di Antonio Dostuni

· Pubblicato il: 27/05/2019

Nell'immaginario collettivo il vizio endemico di cercare favori o protezioni é talmente radicato da essere vissuto come un veniale peccatuccio da scafati furbacchioni che sono soliti dividere il mondo in furbi e in fessi dove, naturalmente, i fessi sono sempre gli altri. La nostra quotidianità é costellata di episodi in cui soccombe il merito e prevale il privilegio: siamo assuefatti e rassegnati, senza più alcuna capacità di indignarci davanti alle devianze, piccole e grandi, di una politica che spesso tende a servirsi del cittadino fingendo di servirlo. La fuga dei cervelli é la conseguenza della resistenza dei pochi a piegarsi alla logica perversa dei tanti.

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Secondo il ministro Salvini una delle misure che potrebbero aiutare la nostra economia a riprendere slancio potrebbe essere l'abolizione del reato di abuso d'ufficio che, a norma dell'art 323 del codice penale, punisce il pubblico ufficiale che, nello svolgimento delle sue funzioni, omette di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto finendo per procurare intenzionalmente a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale oppure per arrecare un danno ingiusto ad altri. A detta di Matteo Salvini, la sussistenza di questo reato bloccherebbe la nostra economia perché il timore di vedersi indagati incoraggerebbe tanti amministratori locali a non assumersi la responsabilità di un'azione o di una decisione. La dichiarazione del ministro degli Interni é stata accolta con favore da una parte consistente della classe politica e del mondo imprenditoriale e già solo questo basterebbe per fare una riflessione su un preciso tratto identitario del nostro paese che non sarà facile sradicare. Nell'immaginario collettivo il vizio endemico di cercare favori o protezioni é talmente radicato da essere vissuto come un veniale peccatuccio da scafati furbacchioni che sono soliti dividere il mondo in furbi e in fessi dove, naturalmente, i fessi sono sempre gli altri. La nostra quotidianità é costellata di episodi in cui soccombe il merito e prevale il privilegio: siamo assuefatti e rassegnati, senza più alcuna capacità di indignarci davanti alle devianze, piccole e grandi, di una politica che spesso tende a servirsi del cittadino fingendo di servirlo. La fuga dei cervelli é la conseguenza della resistenza dei pochi a piegarsi alla logica perversa dei tanti. La politica ha contribuito in modo significativo a dare impulso al vizio atavico della “raccomandazione”. Le pratiche clientelari si fondano sulla vocazione del cittadino a sottrarsi alle regole di una leale competizione che comporta la stretta di mano al più bravo e meritevole. E’ sempre stato così. Il clientelismo ha solo cambiato pelle perché é mutata la “domanda sociale” del tipo di protezione. Verso la fine degli anni Settanta la politica é assurta ad un ruolo abnorme nel controllo delle sorgenti di denaro e le dimensioni dello “scambio” sono diventate più complesse rispetto al passato di una società contadina che si limitava ad invocare ai politici l'esonero dei propri figli dal servizio di leva. Altri tempi. Tangentopoli rappresentò il clamoroso disvelamento di una cultura che si fondava su una illegalità sistemica e pervasiva in grado di insinuarsi in ogni interstizio della società e delle istituzioni. Negli anni Ottanta la tangente ha rappresentato un salto di qualità nelle modalità di esercizio del potere politico. Al cospetto della tangente, la raccomandazione ha acquistato le sembianze di una illegalità innocua, quasi innocente. In questo senso, il nostro ordinamento si fonda tuttora su una legge che non risulta scritta ma che ha pieno vigore nella vita di ciascun cittadino. Si tratta di uno statuto che, in un solo colpo, ha fatto a brandelli sia l’etica che il diritto. In questo modo la Costituzione formale, quella che Kelsen definiva la “Grundnorm”, sulla quale riposano tutte le leggi e i comportamenti del cittadino, col tempo si é trasformata in un vacuo florilegio di principi dal vago sapore escatologico: norme, cioè, di un mondo che verrà. Bisogna ammetterlo: un paese che non riconosce il merito é un paese fatalmente destinato alla dissoluzione di ogni forma di coesione sociale. Quando si deplora il “nichilismo” delle nuove generazioni, si finge di ignorare che l'abitudine collettiva a violare le regole ha persuaso i nostri giovani a ritenere perfino inutile studiare, leggere, dotarsi di una competenza. Li abbiamo educati a coltivare le “giuste” relazioni, a frequentare i circoli che contano, a militare nei partiti che sapranno premiare il loro devoto servilismo. Ecco, per tutto questo, ha perfettamente ragione il ministro Salvini a voler abolire il reato di abuso d'ufficio che, non dimentichiamolo, punisce i favori e gli “aiutini” elargiti agli amici. Diamine, si può mai biasimare la generosità dei nostri politici?

Editoriale apparso su La Provincia del 27 maggio 2019