BLOG - Il mito di Antigone e un paese dalla memoria corta, di Antonio Dostuni

· Pubblicato il: 08/07/2019

Sarebbe utile rammentare la veemenza con cui, in nome dei diritti civili, abbiamo giustificato la rivolta intellettuale di tanti dissidenti contro il regime sovietico. Sacharov, Solzenicyn, Medvedev, giusto per citarne alcuni, venivano “coccolati” dall'Occidente come vittime della nequizia di un regime la cui legislazione si poneva in aperto contrasto con il diritto naturale, con la morale universale che pone la persona umana al centro del mondo. Sarebbe il caso di ricordare che fu proprio il governo Berlusconi a chiedere che la Costituzione europea esplicitasse “il riconoscimento delle comuni radici giudaico-cristiane”. Non molto tempo fa, pertanto, eravamo un paese che aveva dei valori.

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Per la prima volta nella storia della nostra democrazia, lo scontro tra Carola Rackete e il governo italiano pone una serie di interrogativi che non possiamo né eludere, né sottacere. Per decenni abbiamo creduto che le democrazie liberali fossero al riparo dal conflitto, tipico dei regimi autocratici, tra legge dello Stato e legge naturale, tra legalità ed etica. Ricordiamo tutti la tragedia di Antigone, narrata da Sofocle oltre duemila anni fa. Dopo una guerra fratricida, Creonte, tiranno di Tebe, impone il divieto di seppellire il corpo degli sconfitti. Antigone, figlia di Edipo, decide di disobbedire alla legge di Creonte per un sentimento di pietas umana. Per questo, decide di seppellire il fratello Polinice ben consapevole che tale decisione la condurrà in prigione. A seguito delle profezie dell’indovino Tiresia e delle suppliche del coro, Creonte decide di liberarla ma, nel frattempo, Antigone si é già tolta la vita. In passato, la tragedia di Sofocle veniva citata frequentemente soprattutto quando, non senza iattanza, eravamo soliti impartire lezioni di democrazia alle dittature del pianeta. Siamo un paese che, notoriamente, ha la memoria corta ma sarebbe utile rammentare, ad esempio, la veemenza con cui, in nome dei diritti civili, abbiamo giustificato la rivolta intellettuale di tanti dissidenti contro il regime sovietico. Sacharov, Solzenicyn, Medvedev, giusto per citarne alcuni, venivano “coccolati” dall'Occidente come vittime della nequizia di un regime la cui legislazione si poneva in aperto contrasto con il diritto naturale, con la morale universale che pone la persona umana al centro del mondo. Tutti dovremmo ricordare lo sdegno con cui fu accolta la decisione dell'Unione sovietica di consentire alla moglie di Andrej Sacharov, Elena Bonner, di sottoporsi ad un intervento chirurgico in Italia senza riconoscere al marito il diritto di accompagnarla. L'intera opinione pubblica occidentale e tutte le cancellerie europee insorsero: perché mai, in nome di che cosa? Come avvenne in un'arringa divenuta memorabile, Piero Calamandrei avrebbe risposto in questo modo: “Anche qui il contrasto é come quello tra Antigone e Creonte: tra la umana giustizia e i regolamenti di polizia”. Le questioni poste dalla querelle tra Carlotta e il nostro governo sono, pertanto, molteplici e, come dicevamo, implicano una serie di domande da cui non possiamo prescindere. Tutti dovremmo ricordare, ad esempio, il dibattito che, per lungo tempo, si ebbe nel nostro paese sulla opportunità di menzionare le “radici cristiane” nel preambolo della Costituzione europea. Anche qui dimostriamo di essere di labile memoria. Allora, é il caso di ricordare, fu proprio il governo Berlusconi a chiedere ufficialmente che la Costituzione europea esplicitasse “il riconoscimento delle comuni radici giudaico-cristiane”. Ci appoggiarono solo Polonia, Irlanda e Spagna: tutti gli altri, Francia in testa, si dimostrarono risoluti nel difendere la laicità dell’Unione Europea. La sensazione é che si sia verificato nella coscienza collettiva un vero e proprio corto circuito che, come nelle “anime morte” di Gogol, impedisce di cogliere le contraddizioni più macroscopiche che abitano la nostra quotidianità. Non ci rendiamo conto, ad esempio, di avere completamente smarrito il senso della sacralità della vita umana, di avere delegittimato i valori della solidarietà e della fratellanza che credevamo fossero costitutivi della cultura occidentale. Oggi, queste parole appaiono vacue, insignificanti, destinate a diventare perfino impopolari. Dopo aver celebrato per decenni i fasti della democrazia liberale, col tempo abbiamo scoperto che era tutto solo una finzione: in realtà, volevamo i mercati aperti ma le società chiuse, possibilmente ostili all'arrivo dello straniero che, come recita l'etimo, resta comunque un “extraneus”. Qualche giorno fa, in un'intervista al Financial Times, nell'indifferenza generale Vladimir Putin ha seraficamente proclamato la fine del pensiero liberale. Si chiama “zeitgeist”, é lo spirito del tempo. Anche questo aiuta a capire perché il mito di Antigone é destinato a non morire mai.

Editoriale apparso su La Provincia del 8 luglio 2019