BLOG - Il fascino del ciclismo e gli insulti della tecnologia, di Emilio Magni

· Pubblicato il: 05/06/2019

E’ passato qualche giorno dalla conclusione di quest’ultima bella edizione del Giro d’Italia, ma tra le tante immagini cariche di emozioni che, da grande  seiveur in poltrana, mi sono rimaste, quella che più mi commuove è la vista del corridore bagnato fradicio, tra la pioggia e la nebbia, in cima al mitico Mortirolo, ghermire il giornale da uno spettatore. L'arcaico e ancora attuale gesto era necessario per proteggersi dal freddo in vista dell’imminente discesa. Altri girini agghiacciati hanno beneficiato di un giornale a loro offerto in cima alla salita.

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E’ passato qualche giorno dalla conclusione di quest’ultima bella edizione del Giro d’Italia, ma tra le tante immagini cariche di emozioni che, da grande  seiveur in poltrana, mi sono rimaste, quella che più mi commuove è la vista del corridore bagnato fradicio, tra la pioggia e la nebbia, in cima al mitico Mortirolo, ghermire il giornale da uno spettatore. L'arcaico e ancora attuale gesto era necessario per proteggersi dal freddo in vista dell’imminente discesa. Altri girini agghiacciati hanno beneficiato di un giornale a loro offerto in cima alla salita.  Giulio Ciccone invece non è riuscito a indossare la mantellina ed ha “barbellato” assai (come si è visto dalle inquadrature del bravo cameramen in moto) prima di raggiungere il traguardo da vincitore. Ecco dunque che due episodi di un ciclismo antico, di un mondo del pedale dei tempi dei veri faticatori sulle montagne, sono improvvisamente tornate alla ribalta in questi nostri tempi moderni, dove è la parola “tec” a imperare e tutto sembra affidato alle sapienze scientifiche e tecnologiche. Dunque mi riempie di allegro sarcasmo pensare che il ciclismo di oggi con tutti i suoi mezzi a disposizione, dalla chimica, alla raffinata  meccanica, alla medicina, alla dietetica, all’elettronica per misurare a quanto batte il cuore e tante altre scienze, debba ricorrere ancora al vecchio giornale di carta (purtroppo adesso si deve precisare “di carta” per non confondersi con i giornali on line) che il girino che batte i denti ed è tutto bagnato, si infila sotto la maglietta per coprirsi stomaco e polmoni dal vento gelido e sferzante della discesa.  Dunque nonostante la tecnica valgono ancora metodi e pratiche antiche in questo mondo del ciclismo, lo sport che più mi avvinghia tanto.  Il contrasto tra  i vecchi tempi che perdurano e gli attuali assume dimensioni folli se si pensa che in questo ultimo Giro d’Italia c’era tutto il repertorio di  tecnologia  promozionale, da campagna pubblicitaria, quella  realtà che gli amanti della favella britannica chiamano “outdoor”. Applicati al manubrio dei corridori stavano anche gli apparecchietti misuratori di potenza per avere indicazioni su quanta energia c’era ancora nei polpacci e quanta “birra” aveva ancora in corpo il corridore. Tra gli sponsor ufficiali c’erano Continental, Toyota, Intimissimi, Pinarello, Castello, Autostrade Italia, Rovagnati, Selle Italia, eppure, in cima al Mortirolo, a un ciclista hanno passato una mantellina che era impossibile slacciare. Un’altra follia di questa sempre più frequente realtà che vede il “paradiso” della scienza e della tecnica, dell’elettronica e del “digitale” , qualche volta, perdere i colpi e non riuscire nemmeno lontanamente a sostituirsi all’uomo. A riempire di immagini i teleschermi e la rete i tutto il mondo e a alzare il tasso del mio amaro sarcasmo (per fortuna non vi sono state vittime) ecco, l’altro giorno, una grande nave da crociera, un immenso palazzo galleggiante, tra le incerte e assai soffici acque di Venezia, andare a sbattere contro una banchina del Canale della Giudecca a danneggiare seriamente un battello turistico lì ormeggiato.  Possibile che  tutti quei chissà quanti automatismi di cui dispongono questa “città naviganti”, talvolta anche tra flutti spaventosi non siano riusciti a frenare i motori e a raddrizzare la rotta. L’unica cosa che mi pare abbia funzionato è stata la sirena. Meno male: almeno quella. In tanti sono così riusciti a darsela a gambe. Sarebbe bastato forse solo un nocchiero con un bel colpo di timone a riportare il transatlantico sulla diritta via. Probabilmente però la funzione manuale nel governo della nave, era stata esclusa, “uomo out”: «Ci pensa l’automazione». E la nave è andata a picchiare. Così come per il giornale capace di combattere il gelo della discesa a una corridore, in questo caso della “super nave”  forse sarebbe bastato il pilota del vaporetto di Venezia ad evitare il disastro.

Editoriale apparso su La Provincia del 5 giugno 2019. Ringraziamo l'autore per la gentile concessione.