BLOG - Il doppio ciclo del Milan di "paron" Rocco e Gianni Rivera, di Fabiano Ghilardi

· Pubblicato il: 12/02/2020

I favolosi Anni Sessanta verranno ricordati anche per l'egemonia della Milano calcistica in ambito nazionale e mondiale. Il "Milan di Rocco" e la "Grande Inter" hanno scritto indelebili pagine di storia del calcio e riempito gli albi d'oro delle competizioni più prestigiose senza soluzione di continuità, proiettando il capoluogo meneghino ai vertici dell'Italia prima, dell'Europa poi e, infine, del mondo intero. Una delizia per i tanti tifosi che riempivano costantemente gli stadi o si radunavano nei bar intorno ad un nuovo apparecchio – ancora senza colori – che, pian piano, stava entrando nella vita di tutti: il televisore. 

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I favolosi Anni Sessanta verranno ricordati anche per l'egemonia della Milano calcistica in ambito nazionale e mondiale. Il "Milan di Rocco" e la "Grande Inter" hanno scritto indelebili pagine di storia del calcio e riempito gli albi d'oro delle competizioni più prestigiose senza soluzione di continuità, proiettando il capoluogo meneghino ai vertici dell'Italia prima, dell'Europa poi e, infine, del mondo intero. Una delizia per i tanti tifosi che riempivano costantemente gli stadi o si radunavano nei bar intorno ad un nuovo apparecchio – ancora senza colori – che, pian piano, stava entrando nella vita di tutti: il televisore. 

Nel successo travolgente dei rossoneri domina il "fattore R": Rocco e Rivera, l'uno in panchina e l'altro in campo, disegnarono schemi e geometrie e collezionarono trofei per quasi due decenni. Dal 1961 al 1979 la bacheca milanista si arricchì di tre scudetti, due Coppe dei Campioni, due Coppe delle Coppe, una Coppa Intercontinentale e quattro Coppe Italia. Gianni Rivera, giunto sulle sponde del Naviglio nell’estate 1960, li vinse tutti da protagonista e per la maggior parte da capitano, annunciando il definitivo ritiro dal calcio giocato al termine della stagione 1978-79. Nereo Rocco guidò invece il Milan dalla panchina in due distinti periodi. Il primo ciclo, nelle due stagioni dal 1961 al 1963, portò in bacheca l’ottavo scudetto e la prima Coppa dei Campioni. Il secondo ciclo fu il più lungo – sette stagioni dal 1967 al 1974 – e vittorioso: scudetto, Coppa dei Campioni, Coppa Intercontinentale, due Coppe delle Coppe e due Coppe Italia. Tornerà una terza volta al Milan, come direttore tecnico nelle stagioni dal 1975 al 1977, terminando l’esperienza con un ultimo sconfinamento in panchina e la conquista della Coppa Italia. 

Rocco, classe 1912, triestino di nascita, dal carattere fiero, ma bonario, in realtà di cognome faceva Roch, ma fu costretto ad italianizzarlo in Rocchi, poi diventato Rocco per un errore di trascrizione all’anagrafe, durante il Ventennio fascista. Fu un discreto calciatore, ma, soprattutto, un grande allenatore. Agli schemi tattici accompagnava la diligenza del buon padre di famiglia con cui amministrava la squadra. La ricerca dell’uomo per costruire il calciatore, e viceversa, ne fecero uno dei personaggi più amati della storia milanista e del calcio italiano. Rocco e il suo Milan rappresentavano uno spaccato dell’Italia degli Anni ’60, che iniziava a vedere in lontananza le macerie fumanti lasciate dal secondo conflitto mondiale e si godeva appieno il miracolo economico che stava rilanciando il Bel Paese. Gli furono attribuiti molti aforismi e aneddoti, alcuni dei quali inventati, del tutto o in parte, come spiegheranno nel corso degli anni a venire i figli. 

Quando Rocco tornò al Milan, nell’estate del 1967, trovò nello staff Padre Eligio Gelmini, consigliere spirituale della squadra, voluto fortemente dal presidente Luigi Carraro per seguire la crescita umana della grande famiglia di Milanello, dai pulcini alla prima squadra. Padre Eligio familiarizzò subito con Rocco, mentre con Rivera ci volle più tempo. Galeotta, per così dire, fu la lunga trasferta in Argentina per la disputa della gara di ritorno della Coppa Intercontinentale contro l’Estudiantes (una delle partite più sanguinose e violente della storia) in cui finalmente Rivera si aprì, come raccontato nell’autobiografia “Le vacche di padre Eligio” nella quale due capitoli sono interamente dedicati all’esperienza del frate milanese in seno alla società di via Turati. Rocco e Padre Eligio ebbero un’importante ruolo nel costruire e mantenere l’equilibrio, per 

ciascun giocatore, tra l’uomo e il calciatore, dando vita a uno dei “cicli” più vincenti del nostro calcio. 

Rivera era l’idolo dei tifosi e il bersaglio preferito dei giornalisti. La classe innata, la visione del gioco, il garbo e l’educazione scritti nel DNA e l’indubbio carisma ne decretarono ben presto la naturale trasformazione da giovane promessa prelevata dall’Alessandria ad affermato campione universalmente riconosciuto. Gianni Brera lo definì poeticamente “abatino”, un aggettivo che – se interpretato alla lettera – sembra essere quasi offensivo, ma che, al contrario, evidenzia le qualità tecniche e tattiche del centrocampista rossonero a dispetto delle meno evidenti qualità atletiche. Rivera non calciava il pallone: lo accarezzava. Che si trovasse fermo in cabina di regia, oppure in corsa, dal piede di Rivera la palla usciva disegnando traiettorie morbide per servire un compagno o realizzare un gol. 

Tra le tante prodezze vale la pena di cercare su YouTube i due gol di Altafini nella finale di Wembley 1963 (l’ultima giocata di pomeriggio) nati da una giocata magica di Rivera con cui il Milan ribaltò il favoritissimo Benfica di Eusebio e portò in Italia per la prima volta la Coppa dei Campioni. Da non perdere anche la furbizia con cui batté una punizione e mandò in rete Maldera nella finale di Coppa Italia del 1977 contro l’Inter e l’ultimo gol della finale di Coppa dei Campioni 1969: Rivera, lanciato a rete in perfetta solitudine, non trova il tempo per battere il portiere in uscita, ma con un dribbling fulmineo lo salta e pennella l’assist per la tripletta di Pierino Prati. 

In quello stesso 1969 la rivista francese France Football attribuì a Rivera il prestigioso Pallone d’Oro. Mai prima di lui un italiano si era potuto fregiare del massimo riconoscimento individuale del calcio (sebbene l’argentino poi naturalizzato italiano Omar Enrique Sivori lo avesse vinto nel 1961) e da quel momento Gianni Rivera diventò per tutti, semplicemente, il “Golden Boy”. Il premio giunse forse nel momento di massimo splendore della stella rossonera: nel 1968, con il Milan, aveva centrato la doppietta campionato e Coppa delle Coppe e con la nazionale italiana aveva conquistato il Campionato Europeo per Nazioni. L’anno successivo la bacheca personale dell’alessandrino si era rimpinguata con altri due trofei: Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale. Fu quindi naturale assegnare il Pallone d’Oro al giocatore europeo più forte del momento che, nell’estate del 1970, fu poi vicecampione del mondo in Messico dopo essere stato protagonista, nel bene e nel male, di quella “Italiagermaniaquattroatre” pronunciato tutto d’un fiato e ribattezzata a gran voce la partita del secolo. 

Gli anni seguenti furono costellati di polemiche e discussioni a non finire in conseguenza di alcune dichiarazioni di Rivera alla stampa sulla classe arbitrale e a possibili voci di cessione del Golden Boy da parte del presidente Albino Buticchi. Rivera, però, restò indissolubilmente legato ai colori rossoneri, paventando il ritiro dalle scene come unica concreta alternativa al trasferimento. Fortunatamente non successe nulla di irreparabile e Rivera giocò fino a quasi 36 anni, sempre nelle fila dei diavoli ambrosiani. 

Nereo Rocco se ne andò il 20 febbraio 1979 senza aver visto il suo Milan conquistare il decimo scudetto dell’agognata stella, accarezzato più volte agli inizi degli anni ’70 e che sembrava ormai cosa fatta nel maggio 1973 prima della cosiddetta “Fatal Verona”. Quello scudetto arriverà lo 

stesso, tre mesi dopo, al termine di un lungo duello con l’imbattuto Perugia di Castagner. La certezza matematica della stella arrivò alla penultima di campionato, un Milan-Bologna terminato a reti bianche, ma iniziato con lo spauracchio di perdere 2-0 a tavolino e rimettere in gioco la diretta avversaria. Fu ancora una volta Gianni Rivera a togliere le castagne dal fuoco e salvare la festa: fornito di microfono a centrocampo, prima del match, invitò con il consueto garbo i tifosi ad abbandonare alcune zone dello stadio a loro interdette e permise così lo svolgimento dell’incontro. In panchina sedeva l’imperturbabile “barone” Niels Liedholm, ma non v’è dubbio che molti videro accanto a lui dopo il fischio finale lo spirito del “paron” esultare come era suo solito fare.