BLOG - Hollywood esorcizza la crisi con il musical, di Fabrizio Fogliato

· Pubblicato il: 03/12/2019

4 marzo 1929: crollo vertiginoso dell’indice Dow Jones, il più clamoroso di sempre (fino a quel momento) durante l’Inauguration Day di Herbert Hoover, il 31° presidente degli Stati Uniti inaugura il suo mandato sotto i peggiori auspici; durante l’autunno assiste impotente di fronte al “Big Crash” del 29 ottobre. All’inizio dell’anno gli americani sono del tutto ignari del disastro incombente, vivono nella folle ed esagitata “Jazz Age” – tra eccessi, ed energia trasgressiva e modernista. L’atmosfera che attraversa l’America è un filo elettrico che dà la scossa ad una folla anonima e sognatrice: il riflesso di tale euforia è lo spettacolo. 

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4 marzo 1929: crollo vertiginoso dell’indice Dow Jones, il più clamoroso di sempre (fino a quel momento) durante l’Inauguration Day di Herbert Hoover, il 31° presidente degli Stati Uniti inaugura il suo mandato sotto i peggiori auspici; durante l’autunno assiste impotente di fronte al “Big Crash” del 29 ottobre. All’inizio dell’anno gli americani sono del tutto ignari del disastro incombente, vivono nella folle ed esagitata “Jazz Age” – tra eccessi, ed energia trasgressiva e modernista. L’atmosfera che attraversa l’America è un filo elettrico che dà la scossa ad una folla anonima e sognatrice: il riflesso di tale euforia è lo spettacolo. A Broadway domina incontrastato il musical Zigfield Follies, mentre sulla West Coast la MGM scatena un varietà costosissimo, magniloquente e sofisticato dal titolo programmatico The Hollywood Revue of 1929, la cui star indiscussa è Joan Crawford. Il musical – inteso come genere cinematografico - è la cartina di tornasole della crisi autunnale: prima del “martedì nero” è veicolo dell’immaginario trionfante dell’American Dream, dopo diventa il rifugio per sfuggire alle paure e alle angosce della realtà. 42nd Street (1933) di Lloyd Bacon esalta le coreografie di Busby Berkeley per ridefinire il perimetro di uno spettacolo sempre più lontano dalla realtà e sempre più vicino al sogno: lo dimostra la rottura delle convenzioni della trasparenza della continuity system (dove la narrazione deve essere fluida e senza stacchi e il montaggio invisibile) negli ultimi tre balletti del film; in particolar modo il numero Young and Healty è un vortice caleidoscopico di immagini mirabolanti ricreate attraverso il movimento dei corpi dei ballerini. Spettacolo allo stato puro, delirio onirico e avanguardistico che, nell’esaltare lo spettacolo, ottunde la percezione e trasla lo spettatore in un’altra dimensione. Lo storico John Kennet Galbraith, analizzando le cause strutturali del “Big Crash” rileva l’importanza che ebbe il clima psicologico di cieco ottimismo e positivismo nella convinzione che a chiunque fosse concessa la possibilità di arricchirsi. Fattore testimoniato dalla straordinaria diffusione dei romanzi di Horatio Alger: letteratura popolare che reitera sempre lo stesso schema: giovani poveri che animati da ambizione e impegno si conquistano il loro agognato posto al sole. Proprio in questa visione paradisiaca della società americana è il genere noir (con la sua evoluzione) a mascherare, attraverso l’ambiguità onirica del significante, il sostrato incubico del significato: una disamina crudele dei traumatici cambiamenti “invisibili” della società (quelli interni alla famiglia chiusa nel suo appartamento) scossa dal morbo dilagante dell’adulterio, dall’assenza perenne di uno dei coniugi, dalle difficoltà del matrimonio coniugate solo ed esclusivamente a quelle economiche, al punto che il senso di orrore, violenza e precarietà che domina il genere non può non essere associato a quanto sta avvenendo fuori dalle porte chiuse. Già lo Scarface – Shame of a Nation (1933) di Howard Hawks lo delinea ma è il misconosciuto A Man’s Castle (1933) di Frank Borzage a certificarlo. Il film coniuga poesia e dolore, usa l’inverosimiglianza del sogno per dare forma ai fantasmi della Grande Depressione ambientando la vicenda nel luogo simbolo di Hooverville, ghetto dei sottoproletari che prende il nome dal presidente imbelle. All’iconografia onirica fa da contro campo la lancinante realtà di una miseria mortalmente presente. La spinta è indirizzata dalla matrice hollywoodiana dell’assunto narrativo: il prevalere degli uomini sulle avversità e tragicità dell’esistenza che si concretizza attraverso la “fede” nell’uomo e in un susseguirsi di piccole vittorie che conducono all’happy end in cui si certifica che nulla è impossibile alle persone “per bene”. Altro film emblematico è il dimenticato Hard to Handle (1933) di Mervin LeRoy che vede James Cagney incarnazione grottesca di un intero sistema economico basato sulla truffa, l’inganno e la circonvenzione d’incapaci operata dalla pubblicità. Una vicenda rise & fall in cui la caduta è, volutamente, negata per dimostrare come quella americana sia una società assurda, ossessionata dal denaro e dalla competizione prevaricatrice, nella quale solo giocando sporco si può emergere. Significativa la sequenza d’apertura che assume valore emblematico: la maratona di ballo - spettacolo osceno e disumano paradigmatico dei tempi bui - dietro all’organizzazione della quale si intuiscono i funesti ingranaggi di un sistema votato alla rovina. Leggere oggi una delle ultime frasi de Il Grande Gatsby (1925) di Francis Scott Fitzgerald o rivedere un capolavoro come The Crowd (1928) di King Vidor, può far capire che qualcuno aveva già intuito come il baratro fosse più vicino di quanto si pensasse. Il romanzo si chiude raccontando: “Aveva fatto molta strada per giungere sino a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non poter più sfuggire. Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in quella vasta oscurità dietro la città dove i campi oscuri della repubblica si stendevano nella notte”. The Crowd è il film sulla folla anonima, indifferente, cinica e spietata che non tiene conto del singolo individuo: un numero necessario a far tornare i conti della produzione e del guadagno. John Sims, il protagonista - anche se vive la sua esistenza nei primi ventotto anni del ‘900 - è già un uomo proiettato nel day after della tragedia: insegue un sogno americano di successo, benessere, e tranquillità economica senza averne né le capacità né gli strumenti morali adeguati. E un “chiunque” che si lascia trasportare dall’incedere della folla che lo stringe d’assedio e lo educa alla competizione – costruita sullo stereotipo del self made man e del carrierismo - come unica possibilità di realizzazione esistenziale. L’unico e l’innumerevole hanno lo stesso valore, non c’è differenza alcuna; frutto di una alienazione programmatica che tende ad omologare e uniformare ogni imperfezione. Il film distrugge tutti i miti dell’American way of life e non ne crea altri. The Crowd con il suo realismo immanente e pauperistico, anticipa l’assioma post 29 ottobre 1929: la gente non vuole vedere la crisi sullo schermo, la vive ogni giorno, perciò vuole fuggire da essa, mentre il film sbatte in faccia allo spettatore ogni tipo di sofferenza quotidiana che il cittadino-medio vive o ha vissuto. Per questo il film di King Vidor non è solo importante ma esiziale, perché legge in prospettiva – attraverso una premonizione filmica – gli spettri di una crisi che si configura esattamente come preventivato nel film. Il realismo analogico del cinema americano è funzionale alla definizione della dimensione del sogno: non la conoscenza della realtà ma l’evasione nello spettacolo di questa realtà, delineato come qualcosa di diverso, lontano dallo spettatore. La realtà dello schermo è proiezione della realtà sociale; è lo specifico hollywoodiano che consiste nella creazione di un nuovo mondo, più bello, più perfetto, più accessibile. Anche The Crowd non tralascia nulla degli aspetti più ordinari, spiacevoli, e sconvenienti della vita quotidiana ma li trasfigura nella rappresentazione melodrammatica della realtà, così ché, difficoltà economiche, incomprensioni coniugali, disoccupazioni e drammi sono solo spettacolo schermico che bypassa, nella percezione dello spettatore americano, la crudezza di cui è innervata la vicenda narrata e non consente di vedere il precipizio su cui è posta.

Fabrizio Fogliato – Critico cinematografico e Storico del Cinema

Per gentile concessione dell’autore. Pubblicato su L’ORDINE – La Provincia di Como – Domenica 27 ottobre 2019