BLOG - Che cosa si intende per società "giusta", di Gaia Stevenazzi

· Pubblicato il: 20/02/2020

Con l'ingresso nel mondo moderno, il progressivo consolidamento e la sempre più massiva diffusione di assetti democratico-repubblicani, si è riscontrata una sempre maggior centralità del concetto di giustizia via via declinato in altri ambiti, primo tra tutti quello sociale. Tale sviluppo non deve però sorprendere se si considera la permanete necessità intrinseca nell'uomo di avvertire sé stesso e la propria esistenza come parte integrante e consustanziale di una dimensione più estesa quale quella comunitaria. L'uomo, essere sociale, è per sua stessa natura costretto alla relazione, a rapporti di reciprocità e di alterità.

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Traccia:


L'appello alla “giustizia sociale” è […] diventato al giorno d'oggi il più usato, e l'argomentazione più efficace nelle discussioni politiche. Pressoché ogni richiesta di “azione governativa” a favore di determinati gruppi è avanzata in suo nome, e, se si riesce a far risultare che una certa misura è richiesta dalla “giustizia sociale”, l'opposizione ad essa si indebolisce rapidamente. […] L'espressione ovviamente descrisse sin dall'inizio le aspirazioni alla base del socialismo.[...] I diversi governi autoritari e dittatoriali dei nostri giorni hanno ovviamente proclamato anche loro la “giustizia sociale” quale loro scopo principale. […] L'impegno verso la “giustizia sociale” è infatti diventato il principale sfogo emotivo, la caratteristica peculiare dell'uomo buono, e il segno del possesso di una coscienza morale. (…) Tuttavia l'accettazione quasi universale di un credo non prova che questo sia valido e neppure che abbia significato, non più di quanto la comune credenza nei fantasmi e nelle streghe provava la validità di queste idee. Ciò con cui si ha a che fare nel caso della “giustizia sociale” è semplicemente una superstizione quasi religiosa che si dovrebbe lasciar perdere finché essa serve unicamente a rendere contento chi la detiene, ma che si deve combattere nel momento in cui diventa un pretesto per costringere gli altri. La fede diffusa nella “giustizia sociale” è probabilmente al giorno d'oggi la minaccia più grande nei confronti della maggior parte degli altri valori della società libera. […] Sembra credenza comune che la “giustizia sociale” sia semplicemente un nuovo valore morale da aggiungersi a quelli riconosciuti in passato, e che può essere inserito nella struttura esistente di regole morali. Ciò che però non viene sufficientemente riconosciuto è che per poter dare significato a questa locuzione si dovrebbero sacrificare alcuni dei valori che sono serviti a governarlo. […] Come la maggior parte dei tentativi per raggiungere un traguardo inaccessibile, lo sforzo in favore della “giustizia sociale” produrrà inevitabilmente anche conseguenze altamente indesiderate, e soprattutto porterà alla distruzione di quell'ambiente che è indispensabile allo sviluppo dei valori morali tradizionali, vale a dire della libertà personale.

F. AUGUST VON HAYEK, Legge, legislazione e libertà. Critica dell’economia pianificata, Il Saggiatore, Milano 2010, pp. 265-268

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Elaborato

Si rende necessario, al fine di rendere chiaro il percorso argomentativo che guida la presente trattazione, delineare un coerente perimetro di indagine del problema posto in analisi: la giustizia, in particolare la giustizia sociale. Tale esplicitazione non può che muovere dalla definizione stessa del concetto di giustizia, di principio morale, di virtù consistente nel dare a ciascuno il dovuto, nel giudicare con equità; nella sua declinazione più specificatamente sociale essa è poi un'equa ripartizione dei beni e l'abolizione di ogni forma di sfruttamento.

L'obbligatoria presenza di tale principio nella vita individuale e comunitaria dell'uomo è avanzata da Hobbes; egli delineando il percorso di progressivo abbandono, da parte dell'uomo, dello stato di natura e il conseguente approdo ad una dimensione statale regolata, concorre a descrivere la centralità di una giustizia. L'uomo, infatti, iscritto all'interno di una dimensione sociale da lui inscindibile, al fine di perseguire la propria sopravvivenza e la propria sussistenza non può che piegarsi e delegare l'esercizio della propria violenza. Figura, dunque, per la prima volta lo Stato, indagato come terza parte, come estraneo al patto sociale stipulato dai due contraenti (di cui esso non è che il frutto) ed investito dell'esercizio di una violenza inestirpabile dalla natura umana ma non per questo indomabile. Il passaggio più alto, di più elevata comprensione della giustizia nei termini sopra delineati, quindi scevra da ogni accezione individuale e vendicativa, è rinvenibile nell'assetto politico adottato dai greci, la democrazia. Tale scelta implica infatti, l'assunzione di una consapevolezza senza eguali, quella di una necessaria centralità della giustizia in ogni forma del vivere individuale e comunitario. Ciò che si intende sottolineare è, quindi, il progressivo passaggio di uscita dal buio, dall'oscura caverna platonica dell'ignoranza, dall'esercizio di una giustizia personale e rispondente alla legge del taglione e alla sua spietata formula “Occhio per occhio, dente per dente” e il successivo approdo ad una dimensione regolata e soggetta a legiferazioni. La presenza stessa della giustizia e la sua facoltà di esercizio razionale della violenza si costituisce dunque come condicio sine qua non, come condizione necessaria e fondativa della democrazia in sé.

La giustizia nella modernità e la sua declinazione nel sociale

Con l'ingresso nel mondo moderno, il progressivo consolidamento e la sempre più massiva diffusione di assetti democratico-repubblicani si è riscontrata una sempre maggior centralità del concetto di giustizia via via declinato in altri ambiti, primo tra tutti quello sociale. Tale sviluppo non deve però sorprendere se si considera la permanete necessità intrinseca nell'uomo di avvertire sé stesso e la propria esistenza come parte integrante e consustanziale di una dimensione più estesa quale quella comunitaria. L'uomo, essere sociale, è per sua stessa natura costretto alla relazione, a rapporti di reciprocità e di alterità; ciò è confermato da Aristotele cosi come dalla moderna psicologia, il primo assioma della comunicazione recita infatti “E' impossibile non comunicare”. Ad oggi, la giustizia sociale ha assunto un ruolo fondamentale e decisivo nell'esercizio del potere stesso, come affermato da Von Hayek in “Legge, legislazione e libertà. Critica all'economia pianificata” infatti, “L'appello alla giustizia sociale è diventato al giorno d'oggi il più usato, e l'argomentazione più efficace nelle discussioni politiche” non solo nell'esercizio delle funzioni statali giuridiche quanto più anche come strumento di potente rieducazione delle masse. Queste ultime, infatti, in nome della stessa giustizia sociale e della fiducia che ripongono in essa sono disposte a maggior accondiscendenza e ad evitare eventuali opposizioni.

Definizione dell'ambiguità concettuale della giustizia

Alla luce di quanto esposto potrebbe sembrare che lo stesso principio di giustizia sia uniformemente e universalmente esercitato in modo equo e privo di qualsiasi discriminazione. A ben guardare però, la giustizia costituendosi come virtù morale, non risulta essere esente o lontana dalle influenze del contesto storico-sociale nel quale è osservata; anzi, è necessario sottolineare come essa sia legata all'ambiente e all'epoca nella quale si determina da un profondo rapporto di dipendenza, in vista del quale è poi piegata e assoggettata nel modo più conveniente. In tal senso risulta essere esplicativo l'assetto governativo autoritario e dittatoriale, sotto il quale la proclamazione di una giustizia sociale come scopo precipuo e fondamentale è in realtà da osservare con particolare attenzione senza sottrarre, dalla propria analisi, la prepotente componente propagandistica, consensuale e repressiva alla base di tali regimi. In questo senso è poi fondamentale non negare tali fallimenti, tali cadute e tali ferite nella storia umana, quanto più invece ricordarle, descriverle come avvenimenti deplorevoli e addurli come esempi della sconfitta della ragione, nella speranza che ciò basti ad esecrarli perentoriamente, poiché, come affermò il filosofo Karl Popper “L'accettazione dell'infallibilità è l'unico elemento che può guidare l'umanità ad una verità più solida e stabile.”

La crisi della giustizia sociale

E' proprio la verità di cui parla Popper che sembrerebbe essere necessaria ora più che mai in una dimensione di crisi della giustizia sociale dove essa, svilita e ridotta a falsa credenza, arranca e si descrive come manifestazione vuota e solo apparente di una coscienza morale spesso fittizia. Il principio fondativo della modernità, la volontà di apparire in sostituzione all'essere, sembra dunque aver permeato anche la dimensione giuridica. Si palesa però, un problema di chiarificazione ontologica di questa falsa credenza poiché la sua accettazione tra la popolazione e la conseguente cieca fiducia che si ripone in essa e nelle scelte compiute in suo nome, deriverebbe da una unanime condivisione. Quest'ultima, però, per forza di cose non implica la sua veridicità ne esprime il suo elemento fondativo. Affermare infatti la propria credenza in un dato concetto ed apporre come argomento a favore della veridicità di questa superstizione la sua diffusa fama manca di ogni base logico-argomentativa. A sostegno di ciò basta volgere lo sguardo alla storia della Francia assolutista dove era radicata la comune convinzione che il sovrano, scelto da Dio, possedesse particolari poteri taumaturgici; tale credenza seppur non fondata era però unanimemente riconosciuta dalla popolazione e dunque data per vera. 

Le possibili determinazioni negative della giustizia sociale

Riprendendo quanto sopra espresso in merito alla sempre più diffusa presenza della giustizia sociale nella moderna dimensione comunitaria e all'appello sempre più frequente che il popolo le rivolge, è necessario evidenziare come ciò, a lungo andare, possa costituire un sempre maggior pericolo e minare sempre più la coscienza morale dei singoli; essa infatti, soffocata dall'ingombrante presenza di una giustizia collettiva finirebbe via via per piegarsi e coincidere con quest'ultima, massicciamente diffusa e consolidata. Come espresso da Von Hayek quindi “Lo sforzo in favore della giustizia sociale produrrà inevitabilmente anche conseguenze altamente indesiderate, e soprattutto porterà alla distruzione di quell'ambiente che è indispensabile allo sviluppo dei valori morali tradizionali, vale a dire della libertà individuale.” E' possibile cogliere una conflittualità concettuale con la visione kantiana della morale espressa nella “Fondazione della metafisica di costumi” (1785) pur con le dovute precauzioni storico-interpretative; infatti, se Kant, con la definizione di imperativi categorici, concorre a delineare il principio fondante l'agire umano, una formula impositiva, un “Tu devi” che esprime autorità sopra ogni circostanza e che però è interna all'uomo (in una visione ottimistica dove il singolo sa cos'è bene e cos'è male), al contrario, la piega che sta assumendo la giustizia sociale porta alla percezione di una morale imposta dall'esterno, determinata dal contesto storico-politico e spesso coercitiva. In quest'ottica dunque risulta fondamentale comprendere la portata storico-sociale della giustizia e controllare responsabilmente le sue declinazioni nella comunità.  

N.B. La giovane autrice dell’articolo frequenta il Quinto anno del Liceo di Scienze Umane “Teresa Ciceri” di Como, Con questa pregevole riflessione, Gaia Stevenazzi si è aggiudicata le Olimpiadi di Filosofia nel proprio Istituto.