BLOG - Ascoltare i giovani serve a capire il mondo che cambia, di Antonio Dostuni

· Pubblicato il: 25/11/2019

C'è qualcosa di profondo che si è rotto nella nostra società di cui la crisi economica ha sconvolto convinzioni, certezze e modi di pensare. In passato c'era una sorta di rassegnazione atavica ad accettare le storture e le ingiustizie sociali e, infatti, come i padri, i figli neppure si accorgevano dell'incompetenza di un professore, di un medico, di un avvocato o di chiunque rivestisse un ruolo di prestigio. Oggi non è più così. I nostri giovani sono innegabilmente più scafati e si sono accorti di vivere in un paese ingiusto, vecchio e malato, dal quale non potranno attendersi né un lavoro, né una pensione. Hanno capito da un pezzo che li abbiamo traditi. Per questo dovremmo avere il buon gusto di tacere e di ascoltarli, per una volta. 

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In tutti i paesi del mondo esiste quella che, argutamente, viene definita la "gift economy", che significa, letteralmente “economia del regalo (o del dono)”. Si tratta di un universo che si fonda su benefici e vantaggi personali o di gruppo che derivano dalla capacità di tessere rapporti e relazioni. Non si tratta di corruzione vera e propria: ad esempio, si può favorire una carriera, una nomina, un'assunzione in modo lecito, in virtù di un rapporto familiare, amicale o sentimentale. Quando si parla di sistema economico, il cittadino conosce bene le varie stratificazioni di cui esso si compone: esiste una sfera legale che si fonda sulla competenza e sul merito; esiste una dimensione (appunto, la "gift economy") che verte sulle conoscenze e sulle raccomandazioni; esiste, infine, una sfera illegale che si fonda sullo scambio corruttivo di denaro o di altri donativi. Il problema nasce quando il corpo sociale finisce per smarrire le coordinate etiche che consentono di cogliere quel diaframma che delimita i confini tra ciò che è legale e ciò che non lo è. Da questa sovrapposizione si origina la tragica assuefazione del cittadino a ritenere eccezionale la tutela del merito e, di contro, a ritenere del tutto normale ogni devianza, anche criminosa. Abbiamo detto “cittadino” ma, in realtà, su questo tema si è creato un “cleavage”, uno scollamento tra generazioni che vede i padri accettare rassegnati ciò che i figli rifiutano sdegnati. La crisi economica degli ultimi anni ha finito per accentuare lo iato profondo tra generazioni originatosi con l'avvento delle nuove tecnologie. Giovani e adulti sembrano appartenere a due mondi lontani che la quotidianità costringe ad una contiguità solo apparente, sempre più ardua nelle modalità comunicative, tenuta insieme solo dall'affettività o dalla necessità. Siamo davanti ad una mutazione antropologica delle nuove generazioni che, anche in modo inconsapevole, stanno mettendo in crisi l'ethos e le antiche certezze dei padri. Il vecchio stato sociale era chiamato a regolare un conflitto di classe che, attraverso i corpi intermedi (partiti, sindacati, associazioni, patronati), non aveva mai messo in discussione le basi culturali della nostra società. Di contro, il progressivo smantellamento dello stato sociale, accompagnato dalla lenta erosione delle antiche tutele, ha provocato nelle nuove generazioni il rifiuto di quella che, ai loro occhi, appare una vetusta, fatiscente architettura che rappresenta una forma caricaturale di democrazia. Come dar loro torto? Per lungo tempo abbiamo celebrato la bellezza della nostra Costituzione facendo finta di ignorare tutte le distorsioni che ne svilivano il senso e, perfino, la funzione. Per decenni abbiamo legittimato le raccomandazioni e le tangenti fingendo di dimenticare che avremmo mortificato i più meritevoli costringendoli alla defezione. Aver concentrato in questi anni lo sguardo verso le orde di disperati in arrivo, ci ha indotto a non accorgerci delle falangi di giovani in partenza. Si tratta di giovani che non sanno che farsene di una democrazia finta che ha legittimato le disuguaglianze, i privilegi, i favoritismi, le promozioni e le carriere immeritate. C'è qualcosa di profondo che si è rotto nella nostra società di cui la crisi economica ha sconvolto convinzioni, certezze e modi di pensare. In passato c'era una sorta di rassegnazione atavica ad accettare le storture e le ingiustizie sociali e, infatti, come i padri, i figli neppure si accorgevano dell'incompetenza di un professore, di un medico, di un avvocato o di chiunque rivestisse un ruolo di prestigio. Oggi non è più così. I nostri giovani sono innegabilmente più scafati e si sono accorti di vivere in un paese ingiusto, vecchio e malato, dal quale non potranno attendersi né un lavoro, né una pensione. Hanno capito da un pezzo che li abbiamo traditi. Per questo dovremmo avere il buon gusto di tacere e di ascoltarli, per una volta. 

Editoriale apparso su La Provincia di lun 25 novembre 2019