BLOG - 16 novembre 1919: le prime elezioni politiche dopo la I guerra mondiale, di Emilio Galli

· Pubblicato il: 20/11/2019

Nel novembre del 1916 si tengono le prime elezioni politiche dopo la tragedia della I guerra mondiale. La situazione politico-sociale del Paese è confusa e fragile. Le trattative di pace si sono concluse in modo insoddisfacente, l’Italia ha ottenuto il Trentino-Alto Adige e il Friuli-Venezia Giulia, ma non la Dalmazia ed è esclusa dalla spartizione delle colonie tedesche. I nazionalisti insorgono contro il “tradimento” degli alleati con lo slogan della “vittoria mutilata”. Il Presidente del Consiglio Orlando deve lasciare l’incarico a Nitti, un economista di valore, ma politicamente inadatto a governare un Paese sottoposto a forti tensioni interne.

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Nel novembre del 1916 si tengono le prime elezioni politiche dopo la tragedia della I guerra mondiale. La situazione politico-sociale del Paese è confusa e fragile. Le trattative di pace si sono concluse in modo insoddisfacente, l’Italia ha ottenuto il Trentino-Alto Adige e il Friuli-Venezia Giulia, ma non la Dalmazia ed è esclusa dalla spartizione delle colonie tedesche. I nazionalisti insorgono contro il “tradimento” degli alleati con lo slogan della “vittoria mutilata”. Il Presidente del Consiglio Orlando deve lasciare l’incarico a Nitti, un economista di valore, ma politicamente inadatto a governare un Paese sottoposto a forti tensioni interne. Esplode la questione di Fiume, che l’Italia rivendica, ma che le potenze europee vogliono dare alla Jugoslavia, nel settembre 1919 il poeta-soldato D’Annunzio con reparti militari insubordinati e volontari occupa la città contesa. Nel Mezzogiorno i contadini tornati dalle trincee vogliono le terre che erano state promesse dopo il disastro di Caporetto per motivarli alla guerra, per cui comincia il fenomeno delle occupazioni delle terre. Nel Nord contadini e operai organizzati nei sindacati danno vita a dure lotte per ottenere miglioramenti dei salari e delle condizioni di vita. Nitti stenta a gestire la situazione, anche perché è l’intera classe dirigente liberale che è in crisi. Nell’agosto del 1919 il Parlamento a stragrande maggioranza vara una riforma elettorale che accrescerà la debolezza dei liberali. Viene introdotto il sistema proporzionale (il numero dei seggi in proporzione ai voti ottenuti dalla lista-partito) al posto di quello fondato sul collegio uninominale (in ogni collegio  elettorale si elegge un solo candidato), quest’ultimo aveva garantito il predominio dei liberali privi di un’organizzazione di partito, ma con personaggi importanti e potenti nelle circoscrizioni elettorali. I nuovi partiti organizzati e di massa (Partito Socialista e Partito popolare cattolico) invece sperano di poter acquisire la maggioranza parlamentare.

E’ quanto avvenuto anche negli ultimi decenni in cui abbiamo più volte cambiato il sistema elettorale, recentemente è stato approvato definitivamente il taglio di 345 parlamentari (115 senatori e 230 deputati) promosso dal Movimento 5 Stelle, ma con una larga maggioranza in Parlamento. In seguito si dovrà ridisegnare i collegi elettorali e varare una nuova riforma elettorale su cui non c’è ancora un accordo. Ma quale sarà l’esito di questa riforma? Renderà più snelle e meno costosa la vita parlamentare o diminuirà il potere di rappresentanza degli elettori avviandoci verso un sistema più autoritario?

L’esito delle elezioni del 1919 furono disastrose per la vecchia classe dirigente: i gruppi liberali, che si erano presentati divisi, persero la maggioranza passando dagli oltre 300 seggi a circa 200; il Partito socialista ottenne un grande successo con 156 seggi (tre volte in più rispetto alle precedenti elezioni); il Partito Popolare Italiano (cattolico), la principale novità politica, conquistò 100 deputati. Il Collegio di Como-Sondrio diede 60.714 voti al Partito Socialista, 49.734 ai Popolari e 37.287 al blocco liberale, i primi due elessero quattro candidati ciascuno, ai liberali solo tre. La lista dei Fasci di combattimento di Mussolini fu un totale fallimento, solo poche migliaia di voti, nessun deputato eletto, neppure il futuro duce del fascismo. Nel circondario di Como 24.157 voti ai Socialisti, 18.871 ai Popolari, 16.872 ai liberali.  A Erba il Partito cattolico ottiene la maggioranza dei voti (322), seguito dai liberali (313) e poi dai Socialisti (189). Durante la campagna elettorale a Erba vi sono polemiche tra Popolari e liberali, i cattolici disturbano il comizio dell’on. Pier Gaetano Venini che non verrà rieletto. 

In questa situazione diventa difficile nel 1919 formare una stabile maggioranza parlamentare capace di risolvere la grave crisi economico-sociale del Paese, i tre blocchi parlamentari (Liberali, socialisti, Popolari) diffidano l’uno dell’altro e sono restii alla collaborazione. Inoltre essi sono divisi al loro interno. I liberali sono un amalgama di deputati con interessi e ideali diversi. Il Partito Popolare cattolico ha un’ala conservatrice guidata dal sacerdote Agostino Gemelli, il fondatore dell’Università Cattolica di Milano, un centro rappresentato dal segretario Don Luigi Sturzo che è propenso ad un moderato riformismo, un’ala più radicale, guidata da Guido Miglioli, vicino al movimento sindacale cattolico. Anche il Partito socialista è diviso al proprio interno tra la corrente massimalista rivoluzionaria, affascinata dalla rivoluzione leninista in Russia, e il gruppo riformista, guidata dal capo storico Filippo Turati, nato a Canzo. L’incapacità del Parlamento di esprimere un governo efficiente, con un programma chiaro e adeguato alla situazione di crisi, sarà una delle cause che favorirà l’ascesa del fascismo, con la fine dello Stato liberale e la nascita della dittatura. Anche oggi in Italia viviamo una delicata situazione, con maggioranze instabili e divisioni politiche, in un contesto di crisi economica che dura da anni, mentre nel mondo in diversi Stati emergono tendenze regressive. Alcuni teorizzano esplicitamente il passaggio dallo Stato democratico ad uno Stato definito "democratico illiberale", ossia un regime autoritario e nazionalistico. Dobbiamo essere vigili per impedire che la nostra Repubblica, nata dalla Resistenza, ritorni su vecchie strade che già hanno portato il Paese alla guerra e alla rovina.