BLOG - "Tutto quello che non so, l'ho imparato a scuola", di Antonio Dostuni

· Pubblicato il: 11/09/2017

Investire sulla scuola significa, piaccia o no, pagare meglio i docenti affinchè si possa restituire dignità ad un lavoro che non ha alcuna capacità seduttiva nei confronti dei giovani che si iscrivono all'università. Pagare meglio gli insegnanti consentirebbe il rilancio della funzione docente: solo in questo modo l'insegnamento smetterà di essere un ripiego, come lo è stato per decenni per tanti docenti. La verità è che alla scuola italiana servirebbe una rivoluzione copernicana, una vera e propria palingenesi che prenda atto dei profondi cambiamenti sociali che hanno inciso significativamente sui tratti identitari dello studente italiano.

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Con l'inizio del nuovo anno scolastico, si torna a parlare della scuola italiana e dell'importanza di dare al paese un sistema educativo efficiente e competitivo. Ogni anno ci tocca assistere a questa sconsolante giaculatoria che serve a rimuovere i sensi di colpa di una società che, nei confronti della scuola, è sempre apparsa distratta e indolente. La scuola italiana è l’unico luogo sociale dove genitori e figli possono raccontarsi le stesse cose. Ogni professore somiglia a quello delle generazioni precedenti: stessi programmi, stesse verifiche, stesso stipendio da fame. Un vero capolavoro di archeologia che ci siamo illusi di modernizzare introducendo le nuove tecnologie, specchietto per le allodole utile per simulare un cambiamento inesistente e per perpetuare i vizi di un sistema che, in omaggio alla imperante cultura tecnocratica, resta congenitamente incapace di formare il cittadino. La didattica digitale rappresenta una grande rivoluzione che occorre utilizzare con cautela perchè si compone di strumenti che hanno l'attitudine a stravolgere i connotati della “vera” istruzione che, non andrebbe mai dimenticato, si fonda sul dialogo, sulla riflessione, sullo sviluppo dello spirito critico e del libero pensiero. Le “tecnoclassi”, che si compongono di tablet e di Lim, suggellano il definitivo primato dell'immagine, veloce e suadente, la quale rischia di diventare l'unico alimento di questa generazione di nativi digitali di cui sarebbe utile studiare le piccole e grandi psicopatologie derivanti dall'uso ossessivo e compulsivo del cellulare. Sarebbe, pertanto, delittuoso per il nostro sistema scolastico piegarsi alla dittatura delle nuove tecnologie in un momento storico già dominato da una devastante bulimia dei giovani per la Rete. Una scuola moderna non può prescindere dall'obbligo di garantire la “formazione spirituale e intellettuale” del cittadino nonché la prospettiva di garantire una carriera ai più bravi e meritevoli. Bisognerebbe ripartire da questa verità ricordando sempre che l'insegnante (dal latino in-segnare, lasciare un segno) resta, insieme agli alunni, il vero protagonista della scuola. Potrà anche apparire retorico ma avere una buona Lim al posto della vecchia lavagna, oppure il registro elettronico al posto del vecchio registro cartaceo, non equivale a garantire la formazione di studenti migliori. Alla scuola italiana, serve ben altro. Quattrini, innanzitutto. Investire sulla scuola significa, piaccia o no, pagare meglio i docenti affinchè si possa restituire dignità ad un lavoro che non ha alcuna capacità seduttiva nei confronti dei giovani che si iscrivono all'università. Pagare meglio gli insegnanti consentirebbe il rilancio della funzione docente: solo in questo modo l'insegnamento smetterà di essere un ripiego, come lo è stato per decenni per tanti docenti. La verità è che alla scuola italiana servirebbe una rivoluzione copernicana, una vera e propria palingenesi che prenda atto dei profondi cambiamenti sociali che hanno inciso significativamente sui tratti identitari dello studente italiano. Rispetto al passato, risulta innegabile che oggi i ragazzi siano più svegli e informati ma anche più abulici e, per questo, più bisognosi di stimoli. Per queste ragioni, bisognerebbe smetterla con le solite geremiadi lamentando che “studiano poco” e che “non fanno i compiti a casa”. I motivi di questo disimpegno “massivo” sono molteplici. Senza indulgere ad un facile giustificazionismo, occorre ammettere che molti ragazzi trascorrono l'intero pomeriggio in casa, da soli, diventando, così, facile preda della Tv, di facebook e di whatsapp. Per queste ragioni, il sistema scolastico dovrebbe valutare seriamente l'ipotesi di far studiare i ragazzi a scuola, al pomeriggio, possibilmente con insegnanti diversi da quelli del mattino. Inutile nasconderlo, così com'è, senza investimenti e senza denari, la scuola italiana è strutturalmente incapace di restare al passo dei tempi. Studenti e professori sono gli attori tristi di un sistema logoro e stantìo di cui la società italiana seguita a sottovalutarne le conseguenze. Con un po' di autoironia, oggi più che mai, sulla scuola italiana dovrebbe campeggiare questa vecchia boutade di Longanesi: “Tutto quello che non so, l'ho imparato a scuola”. Buon anno scolastico a tutti.