BLOG - Stella nascente, di Maurizio Fierro

· Pubblicato il: 21/12/2017

24 dicembre 1950. Boxing Gym, Harlem, Manhattan, New York, h.06,00 p.m. Un vecchio pugile con indosso gli abiti di Santa Klaus e un bambino. In questa vigilia di Natale, una vecchia palestra di Harlem è teatro di uno strano combattimento. Al “Panama” Brown, ex campione centroamericano, smette gli abiti da babbo natale e ritorna in quelli di gloria del pugilato. Lo farà solo per un round, forse l’ultimo della sua grande carriera.                                                                                                                    

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24 dicembre 1950. Boxing Gym, Harlem, Manhattan, New York, h.06,00 p.m.

 

“Up-and-comers!”, diventa una promessa della boxe!, recitava lo striscione all’interno della Boxing Gym. L’uomo, con ancora indosso l’abito da Babbo Natale, si diresse lentamente verso lo spogliatoio. Quel vestito era visibilmente troppo grande per la sua taglia, mentre barba e baffi bianchi gli si erano appiccicati intorno alla bocca e ora non riusciva più a togliersi quell’impaccio. La palestra si era svuotata, e tutti erano corsi a casa per preparare la cena, o erano per le strade a comprare gli ultimi regali.

Quasi tutti, perché un bambino con indosso guantoni da boxe di una misura spropositata, osservava Babbo Natale con aria attenta.

“Ehi Santa Klaus!” , urlò, “ Aspetta, non andare via. Ti chiedo un round, un solo round. Ho un dollaro qua con me, guarda!”

Babbo Natale si volse verso il piccolo. Quel bambino non doveva avere più di dieci, undici anni, pensò, ma un dollaro è sempre un dollaro, anche nelle mani di un neonato. 

L’Up-and-comers, d’altra parte, consisteva proprio in questo: si pagava un dollaro, e si poteva sfidare una vecchia gloria con la speranza di scoprirsi dotati di un talento nascosto. Poi chissà, qualcuno poteva sempre notarti e avviarti verso allenamenti più specifici. L’inizio di un qualcosa nasconde sempre in sé un che di misterioso. 

Per quella vigilia di Natale i frequentatori della Boxing Gym avevano avuto il privilegio di affrontare niente meno che Santa Klaus in persona. Il vecchio Joe, proprietario da sempre di quella palestra, si era inventato anche questa per permettere la suo vecchio amico di raggranellare qualche dollaro extra.

“Ok, arrivo, ragazzino” , disse Santa Klaus, “dammi il tempo di rimettere questo dannato cappello e sono da te”.

“No, non voglio combattere contro Babbo Natale!”, replicò il ragazzino, Voglio combattere contro uno che assomigli a un vero pugile, questo voglio!”

L’uomo osservò il bambino, sorrise, e con fare pacato continuò a togliersi il vestito affittato per l’occasione.

“Bene”, disse l’uomo, “cinque minuti, dammi cinque minuti e sono da te.” 

Dopo essersi liberato dal pesante abito e averlo ripiegato con cura, l’uomo indossò dei vecchi pantaloncini e un paio di scarpe da ginnastica che un tempo gli erano servite per allenarsi in interminabili sedute al sacco, e quello che pochi minuti prima sembrava un vecchio Babbo Natale impacciato ora aveva assunto l’aspetto di un pugile vero, e al bambino brillarono gli occhi quando lo vide avvicinarsi al ring e salirvi con una certa disinvoltura, nonostante la non più giovane età.

Alfonso Teofilo Brown, come già gli era capitato innumerevoli volte in passato, ora si trovava al centro del ring.

“Sono pronto, ometto”, disse, “Vieni, sali sul quadrato, ti aspetto”.

Il ragazzino prese a correre fino al ring e vi si infilò passando sotto le corde.

“Sono pronto, ti sfido!”, disse il bambino, portando i guantoni in posizione di guardia, “non ho paura, cosa credi?”

“Oh, abbiamo una bella guardia mancina, qui, disse Brown,  ”caspita, c’è da tenerti d’occhio, altrochè. Come ti chiami, ometto?”

“Non sono un ometto Santa Klaus, e mi chiamo Josè”.

“Certo, Josè, bel nome! Sai, uno dei mio primi avversari si chiamava proprio come te. E’ stato tanto tempo fa, ormai”.

Sì, perché l’improbabile Babbo Natale di qualche minuto prima altri non era che Panama Al Brown, il famoso pugile panamense, primo ispanico a fregiarsi del titolo di campione del mondo nella categoria dei pesi gallo. E il Josè omonimo al piccolo pugile che in quel momento gli si parava di fronte, era Josè Moreno, incontrato e battuto il 17 marzo 1922, a Colon, la cittadina che aveva dato i natali a “Panama” il 5 luglio del 1902.

“Ma dai, Santa Klaus, tu eri un pugile? Non ti credo, non ti credo..”, cantinelò Josè mentre, con i suoi enormi guantoni colpiva ai fianchi Brown.

“Invece sì, ometto, lo ero.” ,  rispose Brown, accennando con le sue lunghe braccia a una combinazione destro e sinistro, ricordo di quelle movenze feline che lo avevano reso celebre.

“Sai”, continuò l’uomo,  “ho incontrate tante guardie mancine proprio come te, nella mia carriera, ma non mi facevano paura. Tu, invece, sei pericoloso, sei proprio bravo, Josè”.

L’uomo ed il ragazzino accennarono a uno scambio ravvicinato che si concluse con un affettuoso abbraccio.

“Ok, puoi essere stato un pugile, come dici”, disse Josè, rimettendosi prontamente in posizione di guardia, “ma a me sembri più un ballerino, sì, ti muovi proprio come un ballerino, Santa Klaus!”

“Beh, amico, non posso darti torto, perché mi piaceva molto ballare, sai? Proprio cosi ometto!”, replicò “Panama” accennando dei passi di tip tap ma tenendo sempre però ben ferma la guardia destra davanti al volto.

Il pugile panamense aveva il ritmo nel sangue. Dopo aver lasciato il suo paese d’origine si era trasferito a New York, ad Harlem. Girò diversi stati disputando numerosi incontri e facendosi apprezzate per la sua boxe dallo stile sopraffino, ma in quel periodo la possibilità di competere per un pugile di colore erano frustrate da una rigida segregazione razziale, ragione che spinse Brown a fare i bagagli e trasferirsi in Europa. Sbarcò a Parigi, nel 1926, e nella capitale francese si fece apprezzare oltre che per la sua boxe, anche per le sue virtù di ballerino di tip tap, tanto da venire scritturato nella rivista di Josephine Baker “la Revue Negre”. In quegli anni di folle spensieratezza divenne un personaggio alla moda, Al Brown, e lo si poteva vedere alla guida di autovetture sportive e nei più famosi caffè della capitale francese. Divenne anche amico di Jean Cocteau, che per un breve periodo gli fece da manager.

“Prendi questo, e poi questo”, disse Josè, colpendo ripetutamente l’ex pugile, “ah ah ah, Santa Klaus, non riuscirai a colpirmi, vedi come sono più veloce di te, lo vedi?”  

In effetti il bambino era troppo veloce per “Panama” che stava già cominciando a boccheggiare. L’alcool, e l’altra sua abituale compagna, la cocaina, non erano certo di grande aiuto per la sua salute, e quei due vizi gli avevano procurato un sacco di guai con la giustizia; era stato anche arrestato e deportato per un anno per utilizzo di droga, ma da quelle pericolose amicizie non riusciva a liberarsi.

“Fermati, campione, dammi un po’ di tregua”, disse “Panama” col fiatone appoggiandosi alle corde del ring.

Diavolo di un ragazzino, pensò, neanche quel tizio del Connecticut mi aveva impegnato tanto.

Il tizio del Connecticut era Christopher “Battling” Battalino” Battaglia.

“Panama” aveva affrontato Battaglia dopo aver da poco conquistato la corona iridata dei pesi gallo battendo il 18 giugno 1929 dopo quindici combattutissimi round Gregorio Vidal. Ma una settimana dopo, ad Hartford, “Panama” prese sottogamba l’impegno e subì una severa lezione da “Battling” Battalino, conosciuto come il “Bombardiere del Connecticut”.

“Ehi, Santa Klaus, sei già stanco?”, chiese Josè.

“Si, il vecchio “Panama” è stanco morto”, rispose l’ex pugile, “ho perso il conto di quanti round ho disputato oggi, e domani, anche se è Natale, alle 07,00 precise devo essere allo Small Paradise”.

Gli ultimi anni erano stati difficili, per l’ex campione. “Panama” non se la passava tanto bene. Dopo una vita spericolata trascorsa sempre al limite, allo scoppio della guerra, ormai già avviato verso un inevitabile declino, il pugile aveva fatto ritorno negli Stati Uniti, ma l’età, la sifilide contratta nei postriboli di Parigi, oltre all’abuso di alcool e droga, lo avevano ormai ridotto ad una larva. Aveva cercato di tornare sul ring, “Panama”, ma non aveva funzionato: ormai il suo corpo non rispondeva più come una volta, e salire sul quadrato era diventato un incubo. Poi aveva cercato di riaccreditarsi come ballerino e cabarettista, ma nessuno credeva più in lui, e la sua Harlem che aveva abbandonato da stella nascente, lo aveva riaccolto da stella cadente. 

L’ex gloria, dimenticata e abbandonata da tutti, alloggiava ora in uno squallido monolocale al 510 della “144 West Street” e sbarcava il lunario facendo il lavapiatti in un piccolo bar, lo Small Paradise.

“Dai, Santa Klaus! Resisti ancora un pò”, disse Josè, “Fra poco arriverà mio zio, stasera ci sarà una grande mangiata e poi apriremo i regali. Sai, io abito lontano da qui, ma le vacanze le vengo a passare con i miei cugini. Però a loro non piace la boxe, preferiscono il baseball. A me invece piace molto e non vedo l’ora di raccontare allo zio la mia prima vittoria da pugile professionista!”

Brown osservava gli occhi di Josè riconoscendo la stessa luce che tanti anni prima illuminava lo sguardo di un bambino panamense.

“Ok, ragazzino, non voglio certo rovinarti il Natale. Avanti, fatti sotto, vediamo di che pasta sei fatto, campione”.

“Prendi questo, e questo, e quest’altro!”, Josè ora tempestava di pugni il vecchio campione con la foga dei suoi dieci anni, “Gong, gong, ho sentito il gong, Santa Klaus hai perso, hai perso, ho vinto, ho vinto!”

Josè saltellava per il quadrato con le piccole braccia alzate in segno di vittoria, mentre Al “Panama” Brown osservava l’euforia del ragazzino con un velo di nostalgia.

“Bravo, campione, hai vinto”, disse l’ex pugile, “Sei proprio bravo, lo sai? Una promessa, sì, una piccola stella nascente della boxe!”

“Ehi, Josè, ragazzo è tardi, hai finito?” , disse l’uomo di colore che si era materializzato davanti al ring con in mano dei sacchetti con gli ultimi regali di Natale, “Ora dobbiamo andare, tua zia ed i tuoi cugini ci stanno aspettando per la cena della vigilia.” 

“Ciao zio!” , urlò Josè, “ Ho vinto, sai? Ho battuto Santa Klaus! Lui era un pugile, zio, un pugile vero, una volta”

Uno sorriso di accondiscendenza si materializzò sul volto dello zio di Josè.

“Ok, ok, ragazzo. Ora, però andiamo, su”, disse l’uomo.

Josè e “Panama” erano ora uno di fronte all’altro, al centro del quadrato. 

“Eccoti il tuo dollaro, Santa Klaus”, disse Josè porgendo la banconota.

“Ehi, ometto” , rispose l’ex pugile, “questa è la posta per la rivincita, non credi?

“Una rivincita, mmm, ok, te la concedo per la prossima estate, allora” , disse Josè, “ok, tornerò per le vacanze estive, e ti concederò la rivincita, affare fatto!” 

“Ok, campione”, concluse “Panama”, “attenderò con ansia la rivincita, allora”.

L’ex pugile e il ragazzino si toccarono con i guantoni in segno di intesa. Poi Josè raggiunse lo zio, e saltellando e mimando una serie di ganci e diretti si diresse con lui verso l’uscita.

Al “Panama” Brown li seguì con lo sguardo, poi li vide raggiungere la porta d’uscita della palestra e richiuderla alle loro spalle. 

Rimasto solo, “Panama” scese dal quadrato e con passi lenti si diresse verso lo spogliatoio. Devo affrettarmi, si disse, domani mi aspetta una lunga giornata al Paradise.

 

                                                            *

 

20 giugno 1951, Boxing Gym, Harlem, Manhattan, New York, h.05, 00 p.m.

 

Il ragazzino, con i suoi enormi guantoni da boxe, si guardava intorno alla ricerca di qualcuno. Intorno a lui giovani e meno giovani si allenando con i pesi, mentre sul quadrato due ispanici se le stavano suonando di santa ragione.

“Ehi, cerchi qualcuno, ragazzino? “, chiese un uomo anziano che portava sul volto i segni di una carriera trascorsa fra le corde di un ring. 

“Si, cerco Santa Klaus.”, disse, “beh, l’uomo che era vestito da Santa Klaus. Quello dello scorso Natale. L’ho battuto, su quel ring, e sono tornato per concedergli la rivincita. Avevamo un appuntamento.” 

Il volto dell’anziano fu attraversato da un velo di tristezza. 

“Una promessa”, continuò, “Santa Klaus era stato un pugile vero, sai, e mi ha detto che sono una promessa della boxe. Una stella nascente, ha detto, e ora sono qui, gli devo la rivincita”.

“Ascolta, ragazzino” , fece l’anziano cingendogli le esili spalle e incamminandosi con lui verso il piccolo ufficio della palestra,  “Panama” non può combattere la rivincita con te, è volato via. Ora è lassù, che balla il tip tap e boxa fra le nuvole. Oh, come combatteva quell’uomo…Al “Panama” Brown!”

“Gli dovevo la rivincita…” 

“Senti ragazzino..”

“Mi chiamo Josè” 

“Bene, Josè, ti andrebbe una gazzosa? Vieni”, disse l’anziano senza aspettare la risposta, “più tardi potrai farmi vedere il tuo valore, su quel quadrato. Ok, piccola promessa?”

Mentre i due raggiungevano l’ufficio della Boxing Gym, il pensiero del vecchio Frank corse al suo vecchio amico “Panama”, stroncato pochi mesi prima da un attacco di tubercolosi. 

“Vieni, Josè.”, disse l’anziano,  “Allora, “Panama” diceva che eri un promessa, non è così?”

“Sì, una stella nascente!”, rispose quasi urlando Josè.

Stella nascente e stella cadente, pensò l’anziano, e sì, il cielo si rinnova, addio “Panama”, vecchio amico, che Dio ti abbia in gloria

 

Racconto tratto da "La Vita Oltre Il Ring" di Maurizio Fierro. Edizioni Alter Ego, collana Scatole Parlanti