BLOG - Non basta un "contratto" per governare un paese, di Antonio Dostuni

· Pubblicato il: 15/05/2018

Di Maio e Salvini fingono di non sapere che l'azione di governo si compone di innumerevoli decisioni che hanno per oggetto temi che nessun contratto è in grado di disciplinare “ex ante”. Questo è il motivo fondamentale per cui qualunque governo, al di là degli impegni programmatici di maggiore impatto mediatico, deve disporre di una forte coesione interna in grado di dispiegarsi nella soluzione condivisa di tutte le problematiche che, in modo estemporaneo, sono imposte all'agenda politica.

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Malgrado da più parti si dia per imminente la formazione del nuovo governo, esistono fondate ragioni per ritenere poco credibile l'ipotesi di un'alleanza tra Lega e 5 Stelle che rappresenterebbe un “unicum” in Europa. In verità, non sarebbe la prima volta che l'Italia sia laboratorio di esperienze poi mutuate da altri paesi. Si pensi al fascismo, ritenuto dagli storici l'archetipo del totalitarismo, oppure al berlusconismo degli esordi, divenuto materia di studio nelle università Usa quale inedito paradigma di “populismo mediatico”. In quest'ottica, il nascente governo Lega-5 Stelle potrebbe essere ritenuto una sorta di evoluzione naturale di un sistema politico in cui la crisi della rappresentanza si è progressivamente tradotta in una lenta decomposizione delle istituzioni democratiche. Secondo questo schema, Renzi prima, Di Maio e Salvini dopo, rappresenterebbero l'approdo finale di una metamorfosi in senso populista della nostra democrazia che la crisi dei partiti avrebbe contribuito ad accelerare. Largo, quindi, al governo Lega-5 Stelle che avrebbe il merito di rovesciare il potere delle élite e “restituire lo scettro al principe”, cioè al popolo. In realtà, esistono molteplici motivi che inducono a ritenere impraticabile una simile ipotesi di governo che, va detto, non dispiacerebbe a Renzi e Berlusconi, entrambi attanagliati dal terrore di un ritorno alle urne. Partiamo dal “contratto” che le parti dovrebbero sottoscrivere una volta trovato l'accordo anche sulla compagine ministeriale. Di Maio si gloria di questa “novità” che i 5 Stelle avrebbero introdotto nella politica italiana fingendo di dimenticare che l'azione di governo si compone di innumerevoli decisioni che hanno per oggetto temi che nessun contratto è in grado di disciplinare “ex ante”. Questo è il motivo fondamentale per cui qualunque governo, al di là degli impegni programmatici di maggiore impatto mediatico, deve disporre di una forte coesione interna in grado di dispiegarsi nella soluzione condivisa di tutte le problematiche che, in modo estemporaneo, sono imposte all'agenda politica. Malgrado la stampa abbia enfatizzato le presunte convergenze che esisterebbero tra Lega e 5 Stelle, sarebbe opportuno ricordare che, all'indomani del voto del 4 marzo, tutto il centro-destra (Lega compresa) non esitò ad attribuire il successo dei 5 Stelle alla promessa del reddito di cittadinanza che il “solito” Mezzogiorno, malato di assistenzialismo, avrebbe generosamente ricambiato col voto. Furono in tanti, tra i grillini, ad adontarsene ma, si sa, oggi il clima tra i due partiti sembrerebbe essere cambiato al punto che perfino Salvini finge di dimenticare l'accusa velenosa dei 5 Stelle secondo cui la “flat tax” sarebbe l'ennesimo regalo della Lega all'egoismo delle regioni settentrionali. Pertanto, i due contendenti sarebbero addivenuti ad una transazione su due argomenti (flat tax e reddito di cittadinanza) i cui pregiudizi sottostanti, per ora accantonati, continueranno comunque ad albergare nella pancia dei rispettivi elettorati. Ma c'é altro. Le cronache raccontano che, oltre a reddito di cittadinanza e flat tax, il contratto contemplerebbe anche il progressivo abbandono della legge Fornero. Nessuno dei due leader è stato finora in grado di spiegare dove reperire le risorse in grado di garantire un'adeguata copertura finanziaria a tali misure. In quanto custode e garante della Costituzione, il presidente Mattarella ha già fatto capire che non intende avallare un governo che voglia deflettere dai vincoli di bilancio che l'art. 81 della nostra Carta ha recepito all'epoca del governo Monti. Sarebbe utile, altresì, rammentare che il “famigerato” fiscal compact prevede la “correzione automatica” del bilancio di previsione dei paesi membri dell'Unione nel caso di mancato rispetto dei parametri concordati. Sul punto, sia Di Maio che Salvini hanno sempre ostentato una singolare sicumera fingendo di dimenticare che, già in sede di formazione del governo, ci sarà da trattare con l'Europa la nomina del ministro dell'Economia che dovrà vigilare sulle politiche di bilancio del nostro governo (Padoan docet). Poichè “pacta sunt servanda”, Di Maio e Salvini dovrebbero spiegare agli italiani che tutte le promesse della campagna elettorale risultano, di fatto, incompatibili con l'azione di risanamento dei conti pubblici che i partner europei si attendono dal nostro paese. E poiché non ne avranno il coraggio, é facile prevedere che un governo con Lega e 5 Stelle sarà ricordato dalle cronache come uno degli innumerevoli fuochi fatui della politica italiana. Si accettano scommesse. 

Editoriale apparso su "La Provincia" di lunedì 14 maggio 2018