BLOG - Cinema italiano: la vacanza come miraggio della felicità, di Fabrizio Fogliato

· Pubblicato il: 09/02/2018

Il secondo dopoguerra italiano rappresenta un periodo quasi interamente difficile da decifrare con all’interno due decenni (’50 e ’80) in cui non ci si è posti domande ma si è vissuto. Se la cartina di tornasole è la “commedia all’italiana” (e la storia ci ha detto che lo è), allora i due film del 1959 e del 1983 risultano essere due scavi antropologici di rara efficacia. In Vacanze d’inverno, il rag. Moretti (Alberto Sordi) giunge a Cortina con la sua 600 non perché se lo può permettere (lui “travet” romano in cui già dimora lo spirito che animerà il rag. Fantozzi del film di Salce del 1975) ma come viaggio-premio per aver vinto un concorso televisivo (“tutto pagato tranne gli extra”). 

La vacanza come fuga e come miraggio della felicità, di Fabrizio Fogliato 

Cosa lega gli anni ’50 e gli anni ’80? Sono entrambi decenni di uscita dalla crisi: la seconda guerra mondiale e una “guerra civile a bassa intensità” (come da definizione degli “anni di piombo” da parte del presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino). Sono entrambi decenni attraversati da eventi sportivi che segnano la “rinascita” di un paese: le Olimpiadi Invernali di Cortina d’Ampezzo nel 1956 e il Mundial di Spagna del 1982. Sono entrambi decenni di riflusso – il desiderio di riappropriarsi del privato travalica l’impegno politico – attraversati da fenomeni economici che sembrano prospettare un nuovo benessere: il Boom e la “Milano (Italia) da bere”. Sono, infine, due momenti storici in cui si manifesta la fuga dalla paura: quella di un paese in macerie uscito dalla guerra con le ossa triturate ma capace di rialzare la testa e – anche grazie al piano Marshall – di ricostruirsi in tempi relativamente brevi; quella delle rapine a amano armata, delle bande criminali, del terrorismo rosso e nero, dell’austerity, delle guerre di mafia (al sud) e del passaggio dalla “ligera” di sussistenza alla criminalità organizzata figlia dell’inizio dell’immigrazione, dell’invasione dei Marsigliesi, e di un cambio di prospettiva legato all’avvento della “società dei consumi” (al Nord). La risposta degli Italiani a tutto ciò – in entrambi i decenni – prende ben presto la forma della fuga: la villeggiatura prima la vacanza poi - non solo d’estate ma anche d’inverno - perché non è più questione di stagioni ma di utopie: il miraggio della felicità.

Il conte Alberto Bonacossa – nobile famiglia milanese e primo tra i praticanti in Italia del pattinaggio artistico (di cui fu campione nazionale dal 1914 al 1928), nonché creatore del primo equipaggio Italiano alle Olimpiadi di Chamonix del 1924 – incoraggia l’amministrazione comunale di Cortina d’Ampezzo a candidare la località come sede dei Giochi Olimpici Invernali del 1944. Nella 38a Sez. del C.I.O. – Londra 6-9 Giugno 1939 – la località dolomitica ottiene l’assegnazione delle Olimpiadi (16 voti contro Montreal (12) e Oslo (7)). C’è la guerra in corso e tutte le manifestazioni sportive subiscono un arresto. Nel 1948 è St. Moritz nella tranquilla, neutrale e ospitale Svizzera ad aggiudicarsi i giochi. Cortina viene nuovamente sconfitta nel 1952 (con assegnazione ad Oslo) per poi, finalmente, trionfare  - con 31 voti contro i 7 di Montreal -  e vedersi assegnare i VII Giochi Olimpici Invernali. Per l’Italia è uno scarto decisivo. Si mette in moto la macchina organizzativa, la FIAT invade Cortina con “l’auto del secolo”, la 600 di cui dal Marzo 1957 al Febbraio 1959 viene prodotta la seconda serie (22CV/16 Kw di potenza e Lire 590.000 di costo) e la gente scopre le Dolomiti – prima di quel momento frequentate solo da nobili, aristocratici e alto borghesi. E proprio con un’inquadratura sul finestrino della 600 si apre un film seminale per la Storia del cinema italiano popolare. Vacanze d’inverno (1959) di Camillo Mastrocinque è il progenitore del cosiddetto “cinepanettone” che – germinando nella seconda incursione cinematografica cortinese ventiquattro anni dopo – darà il via ai film di natale a sfondo vacanziero con Vacanze di Natale (1983) di Carlo Vanzina. Se il film del 1959 è figlio del successo di Racconti d’estate (1958) di Gianni Franciolini (ambientato a Rapallo), quello del 1983 viene messo in cantiere dopo il sorprendente responso al botteghino di Sapore di Mare (1982) di Carlo Vanzina (ambientato in Versilia). Seguendo gli Italiani in vacanza, quindi, il cinema italiano definisce gli assi cartesiani della rincorsa alla felicità sulle coordinate orizzontali della spiaggia e verticali della montagna.

In Italia gli anni ’80 non sono anni qualunque: amati alla follia o detestati con acribia. A differenza degli anni ’50 in cui l’orizzonte sembrava prospettare benessere e prosperità, per il decennio dell’edonismo scatta la malinconia nel ritenerlo l’ultimo momento possibile di arricchimento personale e di condivisione collettiva del benessere. Riflettendo più in profondità si può considerare il secondo dopoguerra italiano come un periodo quasi interamente difficile da decifrare con all’interno due decenni (’50 e ’80) in cui non ci si è posti domande ma si è vissuto. Si, ma come? Se la cartina di tornasole è la “commedia all’italiana” (e la storia ci ha detto che lo è), allora i due film del 1959 e del 1983 risultano essere due scavi antropologici di rara efficacia. In Vacanze d’inverno, il rag. Moretti (Alberto Sordi) giunge a Cortina con la sua 600 non perché se lo può permettere (lui “travet” romano in cui già dimora lo spirito che animerà il rag. Fantozzi del film di Salce del 1975) ma come viaggio-premio per aver vinto un concorso televisivo (“tutto pagato tranne gli extra”). Appena sbarcato sulle dolomiti viene subito inquadrato sotto lo “zucchettone” (il passamontagna) dall’uomo cui chiede informazioni sul Grand Hotel con un richiamo a stare attenti che “quella è roba per signori”. Il rag. Moretti non muta antropologicamente lungo tutto il film – non rinuncia mai ad essere il caciarone romano immaturo e qualunquista, ipocrita e sfrontato – cosa che rende Vacanze d’inverno un’eccezione nella carriera dell’Albertone nazionale – e di lui si prende cura “materna” la figlia Titti (interpretata dalla valletta del Musichiere (Christine Kaufmann) registrando una sorta di paternalismo al contrario in cui sono i figli a dover vegliare (e risolvere i problemi) causati dai padri. Il rag. Moretti, prima inanella tutta una serie di gaffe clamorose con gli ospiti dell’albergo , poi – con un dialogo cinematografico impensabile anche solo pochi anni prima – tenta goffamente di spiegare alla figlia che la cicogna non esiste, battibecca con un ministro e, infine, dilapida tutti i suo averi scatenandosi con gli extra: wiskettini, orchidee da ottanta mila lire, champagne a fiumi; lascerà in pegno al concierge dell’albergo la 600, ritornerà in treno a Roma e la figlia lo proteggerà di fronte alla moglie. 

La regola del gioco (la stessa che è al centro de La règle du jeu (1939) di Jean Renoir) del Grand Hotel è quindi declinata sull’incompatibilità di classe: il rag. Moretti può solo essere una macchietta, un divertimento per ricchi annoiati, un italiano a cui il ministro intima di pagare le tasse e a cui lui replica con solerzia ed ammirazione verso quella “Strada del Sole” che si sta costruendo. Le vicende del rag. Moretti – come da copione dei film corali del tempo – si intrecciano con altre storie – tracciano una radiografia degli italiani in vacanza facendo ricorso a personaggi stereotipati che assumono toni, inconsuetamente, drammatici. Talasciando sia le vicende della starlette romana - ma dal nome anglofono di Carol Field – che, mantenuta dal produttore (il rimando è ad Angelo Rizzoli), riesce ad organizzare una “paparazzata” per incastrare un principe “nero” che vuole sposare per sistemarsi, sia le vicende di mogli fedifraghe e annoiate che quelle di mariti “ciechi” (Blind husbands con questo titolo nel lontano 1919 Erich Von Stroheim dava il via alla sua attività di regista ambientando, curiosamente, la vicenda proprio a Cortina d’Ampezzo) iperattivi nel Mercato Comune Europeo, l’attenzione va diretta su due figure tratteggiate in modo originale ed interessante: il latin-lover Gianni (Renato Salvatori) e il concierge Maurizio (Vittorio De Sica). Gianni non solo fallisce clamorosamente nel tentativo di sedurre Stefana (Michelle Morgan) ma esordisce dicendo “Mi intimidisce, ha un tale personalità”, procede annoiandola a morte con racconti sportivi e si produce in gaffe tremende dandole della vecchia; insomma, l’esatto opposto del maschio italico, sportivo, sicuro di sé, seduttore incallito e scapolo impenitente. Maurizio – vero anello tragico – della vicenda è un vero e proprio mezzano che offre favori, procura garçonnière ai mariti adulteri, si piega a qualunque meschinità in cambio delle laute mance che gli offrono i clienti. Nella sua garçonnière ci finisce anche sua figlia Vera (Vira Silenti) rendendolo consapevole di aver offerto, proprio, lui,  lo “scannatoio” al Conte che vuole approfittare dell’ingenuità di sua figlia. Questa – che ha già capito tutto – pochi momenti prima gli ha sbattuto in faccia la verità parlando del fatto che “l’uomo della sua vita” lei potrebbe trovarlo proprio nell’ambiente del Grand Hotel e questi potrebbe stendergli la mano: ”E tu, per abitudine gli stendi la tua per ricevere la mancia”. La mancia, vizio italico per ottenere favori, passpartout per il proibito, bacchetta magica della trasgressione è il trade d’union che lega Vacanze d’Inverno a Vacanze di Natale. Il congierge lascia il posto al “baùscia” (il compianto Guido Nicheli) che, appena giunto a Cortina sulla sua Mercedes, bypassa tutta la fila alla reception e - di fronte al disappunto della moglie Ivana (Stefania Sandrelli) - afferma: “Ascolta me, testina. La regola numero uno quando arrivi in un albergo è presentarsi con il personale. Tu ti spari una 300.000 e sei nel burro per tutta la vacanza…” 

L’Italia è reduce dalla notti di Spagna, l’11 Luglio 1982 si è riappropriata di strade e piazze (la politica non c’entra più) per festeggiare il trionfo mondiale sulla Germania (3-1 – Rossi, Tardelli, Altobelli), Lotta Continua dopo aver chiuso le pubblicazioni  il 9 Giugno 1982 le riapre per pochi giorni e l’ultimo numero del 4 Luglio porta la scritta a caratteri cubitali: “Rossi, Rossi, Rossi” – la rivoluzione è già nel dimenticatoio, la ripetizione è tutta in un cognome quello di Paolo Rossi  e celebra la sua tripletta al Brasile. Nelle sale sono usciti Ecce Bombo (1980) di Nanni Moretti e Maledetti vi amerò (1978-80) di Marco Tullio Giordana: il racconto è lo spaesamento e la presa di coscienza del fallimento del Movimento. Nella sequenza del raduno giovanile al concerto rock del film di Moretti compare lo striscione “Riprendiamoci la vita”. “Svitol” (Flavio Bucci), nell’epilogo del film di Giordana, dopo aver annunciato un clamoroso attentato a Roma, si lascia trovare e uccidere dal commissario. Il politico ha già da tempo lasciato il posto al privato con la famosa lettera al Corriere della Sera del 3 Novembre  1978 dell’adultera di Cinisello Balsamo (passerà alla storia con lo stereotipo della “casalinga di Voghera”) e il 24 Dicembre 1979 un’altra lettera al quotidiano milanese – si scoprirà poi essere parzialmente “falsa” perché scritta dalla giornalista (e, a sua volta, amante) Adriana Mulassano - affronta il tema del Natale delle amanti rimaste sole perché il fedifrago è ritornato sotto il tetto coniugale per celebrare il “sacro evento”. Nel giro dei “dancing days” cioè il 1978 e il 1979, si è compiuta – questa volta sì – una vera rivoluzione e, vacanze di natale è il primo disco-film della nostra storia: Vasco Rossi, Anna Oxa, Gazebo, Mike Oldfield… 

Enrico Vanzina – sceneggiatore di Vacanze di Natale – racconta che “Il primo soggetto che mi è venuto in mente era ambientato a Cortina. Nel 1966 avevo visto Arrivano i russi [The Russian Are Coming (1966) di Norman Jewison – n.d.r.] e pensai ad una storia in cui il P.C.I. andava al potere in Italia. I villeggianti cortinesi, terrorizzati dall’arrivo del comunismo, salivano in massa su un treno a Calalzo per fuggire in Svizzera”. Va detto che – come per gli anni ’50 – anche nei decenni che precedono gli eighties Cortina d’Ampezzo era meta di principi e nobili di varia estrazione dai Conti Nuvoletti a Ira von Furstenberg. Con il riflusso e l’edonismo arrivano sulle dolomiti personaggi improbabili che – proprio come l’Alberto Sordi di Vacanze d’Inverno - cercano in tutti i modi di mettersi in mostra e di cercare una visibilità di riflesso. Facendo prendere lo skilift a Sapore di mare i Vanzina trasferiscono sotto le Tofane (quasi) l’intero cast del film versiliano. Budget ridotto, affiatamento corale ai massimi livelli e campagna di promozione televisiva e serrata come non mai. Queste le tappe: 29 Maggio 1983 Christian De Sica interviene a Blitz di Gianni Minà e annuncia al pubblico l’inizio della lavorazione del film; 23 Dicembre 1983 Vacanze di Natale esce nelle sale italiane; 25 Dicembre 1983 a Domenica In, Pippo Baudo ospita Jerry Calà, Christian De Sica, Antonella Interlenghi, Stefania Sandrelli e Karina Huff e replica il topos del film: il  piano bar in  cui suona Billo (Calà) e attorno cui ruotano tutti gli intrecci sentimental-erotico-adulterini. Billo è uno dei tanti riferimenti autobiografici del film: Gianni di Sabbata il pianista Del King’s Club di Verocai.

Vacanze di natale è uno di quei film che segnano l’immaginario collettivo: un’istantanea scattata nell’esatto momento in cui le cose accadono – a differenza, ad esempio, di opere come La tragedia di un uomo ridicolo (1981) di Bernardo Bertolucci o di Un ragazzo una ragazza di Marco Risi che invece, interpretano e/o rileggono la storia. Questa è la forza di un cinema genuinamente popolare che con Vacanze di Natale raggiunge un apice di perfezione ineguagliato negli ultimi quarant’anni. Un film il cui metronomo è costituito da dialoghi, veloci, briosi, scattanti e destinati a segnare il modo di comunicare del periodo che conferiscono al film un ritmo vertiginoso proponendo un lavoro – presso ché unico – di architettura cinematografica basata sulla parola e sulla polisemia. “Fai ballare l’occhio sul tic! Via della Spiga, Hotel Cristallo di Cortina: 2 ore, 54 minuti e 27 secondi… Alboreto is nothing!” dichiara Guido Nicheli alla moglie appena giunto sulle Dolomiti – e, grazie a youtube i dialoghi e le scene cult del film hanno attraversato il tempo e sono giunti a chi quegli anni non solo non li ha vissuti ma non sa neppure immaginarli. Vacanze di Natale è molto più che un semplice film: è un teorema attraverso cui si può dimostrare l’Italia in divenire: le sequenze sono scandite dalla presenza di Oggi, Novella 2000, TV Sorrisi e Canzoni, e, ovviamente, Canale 5 e Rete 4. C’è nel film una vena malinconica, uno sguardo perennemente rivolto all’indietro, la feroce consapevolezza che la felicità non esiste o che, comunque, non sta nel benessere e nel divertimento. Lo confermano Ivana e Billo, lei gli chiede se è felice e lui risponde a capo chino: “Non ci penso”. E’ la battuta seminale di un film in cui i Marchetti (Mario Brega, Claudio Amendola) di Torpignattara (chiamati spregevolmente i “Torpigna” degli arricchiti Covelli (Riccardo Garrone, Christian De Sica) di Frascati) cercano un loro posto al sole tra le nevi dolomitiche ma tutto quello che riescono ad ottenere (con una battuta pre-leghista) è “Fuori i romani dal Veneto”. La lotta di classe – che in teoria non dovrebbe più esserci – è spietata come non mai e il film racconta di solitudini incolmabili, di vuoti esistenziali, di rapporti utilitaristici, e di un cosumismo che frastorna e disorienta. “Anche questo Natale.. se lo semo levati dalla palle” afferma cinico e sincero l’Avv. Giovanni Covelli dopo che tutti i familiari hanno letteralmente assaltato e sbranato i regali sotto l’albero. Quella degli italiani non è più una vacanza: è un tour de force di conoscenze, strette di mano, amplessi freddi e consumati fugacemente (di uno “fallito” è protagonista una certa Anna Moana Pozzi pre-hard), atti mancati e/o incompiuti (Samatha (Karina Huff) – non a caso “la straniera” afferma lucidamente “Qui si pensa solo e sempre a cosa i deve fare e non si fa mai nulla”). L’unica cosa che sembra unire quest’umanità alla deriva è il calcio – grazie al quale si superano persino le differenze di classe – perché sugli spalti a vedere la “Magica” di Falcao ci sono, fianco a fianco, Mario di Viale Marconi e Luca di Piazza di Spagna.

L’amicizia è solo apparenza, ognuno pensa al singolare e gli “altri” sono solo un riempitivo perché non si può ridere da soli e, allora, ognuno prende una strada diversa al termine della vacanza per poi stancamente ritrovarsi d’estate in Sardegna a Porto Rotondo a fare più o meno le stesse cose a dire le stesse battute e a flirtare con le stesse mogli e gli stessi mariti. Nasce così – con un film – il cui livello rimane ineguagliato – il filone più longevo del Cinema Italiano. Il “cinepanettone” che accompagnerà gli Italiani per oltre 25 Natali. Di Vacanze di Natale ci sono un fan club, un forum, un sito internet una pagina facebook in rete che contano milioni di seguaci e come ricorda Carlo Vanzina: “Per i vent’anni organizzammo – insieme al Fan Club – una serata memorabile; arrivarono persone da tutta Italia: erano ingegneri, avvocati, professionisti di ogni genere che conoscevano l’intero film a memoria, e, come in un concerto di Vasco Rossi, citavano all’unisono le battute una dietro l’altra. Rimasi sbalordito!”.

Fabrizio Fogliato

Critico cinematografico e Storico del cinema.